



















































In questa operazione, ho ripreso alcuni versi da vecchi taccuini risalenti al 2003-2004, più di vent’anni fa. A volte ne ho estrapolato letteralmente il contenuto, altre volte l’ho riscritto a partire da quella idea. In ogni caso, sono andato ad aggiungere la visione degli anni successivi dopo aver lasciato il materiale a riposo per moltissimo tempo, con questo procedimento di sostituzione o giustapposizione di strati.
XIV.
Rosso s’accende il tramonto la sera
gres che non lavati infiammano
il passaggio ad un’ora casuale
Su terrazze lasciate spesso vuote
erotiche nubi si scordano
d’un finire di maggio
Toccando la terra come il seme
che nuovo dovrà sembrare ancora
di là si dirada una rosea linea
Ricomincia ora la vita
con i figli o da soli
Einstein e Bohr ancora parlano
e ai rigetti d’un blu cobalto
entro questi sfinteri materici
viene a tutto una normalità
che ora pare impossibile
a questo mondo disgiunto
E d’un tratto riemergono le creste
un’onda beta spuntata
qua e là da nuovi faggi
o carpini ulivi ciliegi
non accortisi del tempo
un giorno, vedrai, a modulare
anche questa armonica vallata
Richiamando forse a prima di prima,
muovendo un dubbio nascente
o crescente d’altro tipo
di prima credenza di fissità o moto
Richiamando forse al bosco di prima
e tra le due visioni rimarrà il dubbio
nascente o crescente d’un nuovo tipo
proprio sopra la prima credenza
d’aver trovato fissità o moto,
vere ancora sopra il nero dei disegni
XV.
Abbattimenti scorti tra le fronde
un’altra quercia malata lungo la strada
Osservasti che ti piacevano i cipressi qua e là
invece io guardavo il tronco più spesso
contando i giri a mente per gli anni
Tutto era ordinato e abnorme quel giorno
sul ciglio del sentiero, tra i faggi che riportavano
a casa dopo modulazioni a infittire l’urbano
E sono sempre meno adesso queste memorie
di secolari alberi che diedero il nome e non
un comitato, un nonnulla, così come noi
viandanti una domenica, schivando il carnevale
senza protezioni protundere verso un prospettico
e casuale si spera abbaglio controluce
Più in là il villino giace anch’esso scordato
la cornice marmorea levigata a lesena
intarsiata prima della volta che si specchiava
con le fioriture dei parapetti, tutto quello
che non riuscii a fotografare tra le macerie
della demolizione che mi colpì altrettanto
come dimenticanza ulteriore d’alfabeto
Là ora qualcuno ha lasciato gli stivali
giallastri dove sabbia e cementi
e fango di scavi increspano e
le sigarette, una radio, prima di tornare
dopo il fine settimana all’alba a riprendere
che spazi tra gli spazi sempre meno
e metafore ancor più s’intende
E La mente a Fermi, l’acqua che tracimava
scavammo da soli un pomeriggio d’estate
Più in là una scavatrice pericolosamente
china sul bordo prima dell’invaso
vuoto tolte le grandi cisterne
metri sotto terra e sotto il cielo
E così rimane nuda l’azione del paesaggio
come il fondo d’oceano mentre noi
schivando tutto scivolavamo via
dalle ultime sensazioni come quei
luoghi e immagini sospese
riprendendole come dagli schermi
Cortina o Milano di quei giorni
in realtà di cicli ben più ampi
e senza sguardo o premio alcuno
rimettendo la linea, la dimensione
proprio assieme al paesaggio nudo
Tutti quelli sono andati via di là
ed è chiara la fine di questi versanti
protesi verso ovest come aperture
tra creste minacciose e passaggi e Vallarse
E poi cominceranno quelli altri
come queste nuove duplici
triplici scomposizioni logiche
che massimo ci sono proprio due o tre
coscienze sopra quanti testimoni
che girano in tutto questo roteare
che non bisogna mai perderci la concentrazione
nel contrario del magma di questo mondo
XVI.
Se metti una conchiglia in un orecchio
e poi tra il frusciare sospeso di Fellini
senti un passo, anzi no, il tuo ritmo circadiano
Che cosa pensi di aver sentito?
Si ridurrà tutto così per noi che cerchiamo?
Come una svendita di tutti i libri
la domenica all’angolo di Sella
tra cartoni ammuffiti e scritte sbiadite
o solo quelle… copertine ancora intatte
e i volumi fuori edizione tutti
Ci sentiremo così mi chiedo
che trovata una forma tutto collassa
e il potenziale poi si ferma
che devono stare forse di nuovo
sugli scaffali per vederci qualcos’altro
che quanto tempo passa non è dato
tra l’una e l’altra era del rivederci
XVII.
Scialle giallo sdrulcito
la via che riporta non più a casa ora
Avanti e indietro, come mulattiere
le strade che una volta erano il tempo
gambe che fanno da compassi spersi
e dolori e femori che ottundono le ossa
come ciondoli impassibili
su dolci nudi petti tintinnanti
con i curvilinei cancelli lasciati a ruggine
su case piane e cappotti rientranti
blocchi di una nuova maniera giusta
così si sposa ora quel gusto
come sottile Vienna di provincia
davanti ora un’epoca quasi sbagliata
che invece era vero il contrario
ma senza dare nel giudizio
così noi pure non più trovandolo

31
Nei giorni successivi Amerigi si era accordato con Sindoito per passare alcune ore al laboratorio. Il suo capo era persona del tutto inaffidabile oltre che antipatica e perciò Sindoito aveva la responsabilità sulle spalle di aprire e chiudere bottega, di sostituirlo e quant’altro.
Questi per di più non si faceva mai vivo il pomeriggio ragion per cui ora Sindoito aveva detto ad Amerigi di passare di lì senza problemi durante quella fascia d’orario.
Si può dire in qualche modo che Amerigi trovò un mezzo impiego lì dentro. Ora la sua mente era tornata attiva e progettava di costruire un nuovo sistema per spostarsi durante le esondazioni.
Stava ancora dalla cugina sulla torretta, ma in quel periodo si trovava bene sia con lei che con Iris, con la quale, dopo un periodo scapestrato per entrambi, era tornato con calma sui luoghi da dove era nata la loro sinergia.
Iris aveva trovato impiego presso la fioraia all’angolo e di sera si era iscritta ad un corso di ballo. Amerigi quando poteva accompagnava Iris a lavoro allungando la strada e soffermandosi su particolari sempre diversi di quella via che piaceva ad entrambi e della quale si erano innamorati nella stessa maniera.
Quella specie di città, ma soprattutto quel posto particolare incastonato tra incastri, cullò Amerigi e Iris come dentro a un grembo materno. Nell’alveo di quelle sensazioni non c’era bisogno di chiedersi se anche loro erano un po’ innamorati oppure no. Amavano perché erano amati da quella madre che li scorporava delle loro abitudini, della loro vecchiezza o giovinezza per lasciarli fanciulli semplicemente guardandosi intorno.
Quell’amore era una cosa più grande e più piccola insieme di una parola.
Non c’era bisogno di pensare a delle immagini o a delle frasi. La vita scorreva perfettamente e questo era tutto ciò che amavano.
Ognuno ci passò da solo trovando poi conferma nell’altro.
Amerigi una volta buttò giù due righe sull’impressione generale di quel posto.
Quando il libraio dice che sta diventando una strada normale di scorrimento, di passaggio da un posto all’altro vuol dire lo stesso di quello che pensavo io e cioè che non ci si ferma più a guardare questi posti. Ad aspettare, a capire. Non tanto le cose che ci stanno dentro, ma l’ambiente, l’atmosfera che si è creata più lo si guarda. Non si ha tempo o ci si è fatti prendere dal tempo e si è turisti ovunque, ma chi conserva un’anima qui ci può vedere una casa se guarda bene, anche se un po’ di pazienza bisogna avercela sempre. E’ questa la differenza. Che c’è il buono e il meno buono, la realtà di provincia, quella della grande città, le due dinamiche che vivono insieme una accanto all’altra, spazi surreali creati da personaggi veri, cioè che è tutto così magico perché è mescolato con grazia come un quadro, dove tutto si tiene in equilibrio precarissimo, ma si tiene, magari sbilanciandosi di qua o di là, ma tenendo un equilibrio. Non c’è mai un elemento che risalta per cui uno ci può dimostrare qualcosa coi suoi discorsi. Perché quello che vale dentro lì sono gli atteggiamenti che stanno sotto le parole. E’ l’unica cosa che c’è da leggere in questa strada. E che grazie ai suoi personaggi così diversi e alle cose che mescola in sé fa venir fuori questo, e lascia gli altri presi semplicemente dalla fretta o distratti per sempre nudi, scoperti lì in mezzo senza protezioni a cui appigliarsi e perfino la scusa di vedere che appena fuori tutto va storto non prende più senso, perché lo si deve dire in un certo modo, sennò è facilissimo essere smascherati. Questa atmosfera aiuta a sentirsi meno soli ecco e a farci capire che non c’è bisogno di dannarsi l’anima per smascherare il falso, perché anche quella è una cosa che va fatta a misura d’uomo. E’ a misura d’uomo qui perché ecco se uno dice una fesseria ti senti meno solo e sai che tutti l’hanno intesa e non devi diventare matto a spiegare perché, perché sai che le parole hanno un limite e basta che uno le sappia usare appena un po’ ma in continuazione per tutto per farti capire che non riuscirai mai a parlare con lui e lui magari riuscirà a dipingerti a un altro come non sei. Intuisci che hai persone che sono semplicemente ignoranti ma buone, o intelligenti ma con buonsenso. Tutto concorre a restare vivo, è un’atmosfera per persone normali, chissà ancora per quanto.
32
Proprio al corso di ballo Iris aveva incontrato del tutto casualmente Randonio.
A Iris erano tremate le gambe quando lo aveva visto entrare e non si era accorta di quanto Randonio fosse imbarazzato a sua volta nel trovarsi di fronte una ragazza della sua età dall’aria così profondamente intelligente.
Lui non era quel genere di sbruffone che tira fuori un numero dal cilindro per vedere se una ragazza gli sta dietro. Avrebbe potuto ripetere il numero dei tizzoni ardenti o qualcosa sul genere, ma non lo fece. Si fece anzi abbastanza serio davanti a quella ragazza capendo, mentre provavano i passi in classe, che quella persona gli instillava molta simpatia seppur non gli avesse ancora dato segno per pensarlo o avesse mosso parola.
Anzi ad un certo punto, nonostante fosse tanto aggraziato e belloccio finì quasi per pestarle un piede in un pezzo corale di dieci elementi.
Iris era arrivata alla sua sinistra e lui era rimasto senza difese tentennando dall’altra parte. Dall’altra parte però c’era un bestione di tre metri molto muscoloso, per cui ritraendosi da un abbraccio con quell’armadio, che avrebbe scatenato il peggio, andò a finire verso Iris sfiorandola.
«Scusa» disse Randonio.
La ragazza non rispose ma accennò a un sorriso.
Fine del primo incontro.
Iris sapeva il suo nome da quel giorno in cui lo vide fuori dall’università, mentre Randonio lo sapeva quando veniva chiamata per nome dal maestro.
Perciò, come si vede, non c’era bisogno di presentazioni.
33
Il resto del paese aveva poco di fantasioso. C’era un gran daffare generalizzato che si distribuiva lungo tre direttrici. Era il cuore strettamente economico dell’isola con i suoi flussi di investimenti, impiegati d’ufficio e gente strampalata con pochi scrupoli.
Qui l’importante è dire che tra un grande viale e l’altro erano stati riempiti di abitazioni gli unici spazi verdi, impedendo quindi a quei viali di respirare e far affannare meno quella gente. A ridosso stavano due grandi giardini. È da lì che ad intuito uno sveglio poteva vedere che i mercanti avevano iniziato i loro affari con il legname, dopo essersi insediati nell’isola.
Sindoito aveva raccontato ad Amerigi una volta che un suo vecchio antenato, un uomo molto competente in fatto di bilanci e gestione, era riuscito a mettere d’accordo quella gente sul fatto di non lucrare inutilmente. Lui che aveva grandi risorse come visione d’insieme era stato soppiantato da gente senza scrupoli all’interno dell’isola; rimaneva il fatto che la piccola attività non fosse più allacciata ai tempi dell’artigianato locale e stesse seguendo i tempi venendo spazzata via da venti terribili.
Sindoito era erede di parte di questi fatti senza volerlo. Era come il suo antenato, molto sicuro, con la differenza che Sindoito era sicuro per il solo fatto di sentirlo e basta. Questo lo faceva andare avanti, ma sentiva una volta staccato dalla famiglia sempre più il peso di questi fatti sulle spalle, perché troppo isolato. Sapeva del resto, come Amerigi, che i programmi nella vita hanno bisogno di concretezza e trovava adesso in quell’uomo saggio una spinta positiva.
Solo la locanda da Gipro faceva da spartiacque dentro quella zona del paese, anche se rimaneva comunque un posto in cui si mischiavano tutti, arrivisti e gente semplice, canaglie travestite da popolani e gente umile irriconoscibile ai più. In quel luogo Sindoito trovava conforto ma anche persone che avrebbe voluto evitare. Il suo pensiero quindi, a causa di quella sua storia particolare, era sbilanciato da forze uguali e contrarie, che tuttavia gli erano semplicemente estranee, proprio perché la sua vita era diversa, ma da questo ne veniva poco a capo certe volte.
Gli serviva un amico. E Amerigi faceva al caso suo proprio per la sua indipendenza da certi discorsi strettamente retorici.
Questi, dal canto suo, era rimasto parecchio urtato come Sindoito nel vedere quei cittadini correre in quell’isola e finire ammassati senza fantasia e senza immaginazione, stipati nel primo lembo di terra disponibile.
C’erano molte villette costruite intorno a paesaggi molto particolari, non esattamente scontati, anzi il contrario: vi erano piccoli segnali di gusto personale e di attenzione alla sensibilità ma che messi insieme facevano intendere il gusto come di maniera, come un oggetto di moda che si mostra appena comprato, anche se raffinatissimo, come ad esempio una statua del poeta Brodskij in uno di questi giardinetti tirati a lucido.
Quella apparteneva al direttore del Palazzo Del Pubblico Dibattito, che era anche direttore della Società di Arti e Scienza dell’isola.
34
Randonio aveva sentito parlare della Società di Arti e Scienza dell’isola.
Questa metteva in circolazione ogni tre settimane un giornale con pezzi scritti di proprio pugno da una sbandata associazione di pseudoscienziati di qualsiasi ramo, anche artistico.
Anche Randonio, che era molto bravo a scuola, aveva formato un piccolo giornale, ma non si sarebbe potuto identificare nessun circolo, nessuna sezione di niente se le persone facenti parte si fossero messe allo stesso tavolo.
Le poche occasioni in cui si trovarono infatti corrisposero a una veloce bevuta alla locanda da Gipro per definire un minimo assetto, o a una riunione nella cucina con le pareti scrostate di uno di loro, o a una partita di pallone al campetto del quartiere Strago.
In quell’occasione veniva fuori tutto il loro spirito. C’era uno, Abigi, che aiutava sempre in campo. Molto cordiale. Anche quando gli arrivava un pallone un po’ lungo sulla fascia lui scattava e dopo essersi schiantato contro il muro, tornando in campo col ginocchio sanguinante faceva finta di niente e si complimentava con gli altri.
Erano tutti giovani e sapevano prendere ogni cosa nel loro giusto verso.
Una sera di marzo Randonio camminava con loro verso il Palazzo Del Pubblico Dibattito, il luogo in cui solitamente si tenevano gli incontri organizzati dai portavoce (1) della Società di Arti e Scienza.
Eccolo che arriva in bicicletta, la incatena contro un palo e fa il suo ingresso in platea. Nel frattempo i compagni di studi sono già entrati. Adesso ci sono tutti. La sala è gremita e tutti iniziano ad assistere alla serata.
Tra il pubblico si scorgono un signore e una signora molto anziani e discreti, evidentemente appassionati di certe letture.
Dietro al tavolo davanti alla platea stavano scorrendo delle diapositive con immagini che destarono subito qualche meccanismo di ricordo a Randonio, ma lì per lì non sapeva dire con esattezza di cosa si trattasse. Era concentrato ad ascoltare il dibattito. Si parlava dell’arte contemporanea come in una miscellanea costituita da fotografie e letture. Interveniva al dibattito un autore che il moderatore della serata presentava come il più importante della sua generazione. Questo era un uomo di mezz’età tutto raggrinzito che lasciava uscire solo un filo di voce mentre leggeva le sue poesie. Teneva un ritmo lentissimo e un tono fatalistico di chi è poco convinto di tutto e sembra rassegnato a dover lasciarci le penne.
Passò un’altra fotografia, l’ennesima, che Randonio riconobbe. L’aveva vista durante una lezione di un corso dell’università. Però qualcosa non quadrava. Al posto del soggetto originale, un’opera di straordinaria importanza, cioè di una merda dentro un water, c’era dell’altro e di pessimo gusto. Allora intuì, dicendolo poi anche ai compagni, che quella non era l’opera originale e gli venne il sospetto che tutto quello a cui stavano assistendo si trattasse di un’enorme messa in scena.
Si parlava delle citazioni, di come tutto fosse finito e ritrito e in quel caso si stava citando un’opera, (che ne citava già un’altra), per prendere in giro questo atteggiamento degli artisti di citare sempre o di riferirsi ad altri nel rompere con una tradizione, che non se ne poteva più.
Tutto era pensato e pesante. Non era gente cattiva quella, forse. Erano in fondo giovani che volevano far qualcosa, ma non c’era nessuna ironia o autoironia almeno. E nessun gusto nemmeno nell’assenza di gusto, altrettanto quanto quelle opere schernite, seppur la fotografia si presti a essere più vivace e dinamica nell’uso di riferimenti a concetti teorici.
Non c’era niente da ridere.
Randonio, prima di rimettersi tra i compagni, che lamentavano una sonora lezione con piegamento di ossa alla società, guardò quella coppia di anziani in fondo alla sala uscire tra i ridolini di tutti i presenti. (2)
«Sei stato bravo eh. Non credevo che fossi così bravo. Ti hanno creduto» si sentiva tra il brusio.
Nota 1: famosi esponenti dell’Irrealismo cosmico
Nota 2: magari quelli erano i genitori di qualcuno di loro, ma secondo l’autore ciò non ha alcuna importanza nell’ambito di questi fatti. O peggio, ciò non farebbe altro che aggiungere ulteriore squallore.
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Visione di una proposta di rappresentazione alla Società Degli Artisti nell’ambito del recupero del nuovo complesso ad opera di tal Kane (nell’ambito della complessa allusione al film Quarto Potere) Del Pignataro
Flussi
Di libidinosa vertigine
SPASMO
SPASMO
A e i o u
Mondo infernale
Mondo infernale!
Si vede un bolso che si spalma un pomodoro addosso
SANGUE!
SANGUE!
Uno bussa
Chi è?
L’INFERNO!
Lo sgherro ride e si cala il sipario.
Il pubblico si chiede con entusiasmo quale sia la metafora.
Vocifero anch’io ma vengo preso per un fustigatore dei costumi. Io alzo il braccio destro dritto per obiettare.
Spero di non essere stato frainteso.
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A questo punto della faccenda Randonio lo troviamo intento a tornarsene a casa.
Che bella era via F. con la luce delle otto di sera a primavera inoltrata. Solo il chiasso intorno non cessava quasi mai rispetto alla provincia, da dove venivano Iris, Amerigi e il capitano.
A volte per ritrovare quella luce si doveva aspettare il mattino presto. Qui vi era qualche scintillio che in più portava lo sguardo non esattamente all’infuori ma piuttosto a un’attenzione anche alla coda dell’occhio.
In ogni caso quello stagliarsi della luce tra le case in maniera zenitale era insolita assolutamente. Infatti poteva entrare da lì solo dal taglio sull’ingresso di via del Piombo a metà strada. E per quel posto fatto di alti porticati in cui non entrava mai luce per terra, anche quel semplice dettaglio era del tutto particolare.
A ciò si deve aggiungere l’assenza di rumore potente e maestosa che si mescolava alla luce di quell’ora. Ad Amerigi, che passava di lì anche lui poco dopo, ricordava le case che sembravano di granito nello stesso momento della giornata in campagna.
I giorni successivi Sindoito avvertì Amerigi che un’esondazione sarebbe arrivata a breve. Lo stesso Amerigi dal canto suo adesso era segretamente preoccupato per questo fenomeno. Non ne aveva nessuna esperienza, né d’altra parte esistevano testimonianze sicure tra quella gente.
Aveva sì avviato nuovi progetti e aveva sicuramente delle buone idee, ma non riusciva a scansare quella forte preoccupazione.
Un costante disorientamento produceva ora effetti deleterei lentamente anche su di lui, così come era avvenuto già da molto per il capitano. Bastavano piccole cose, piccoli contrasti ad accentuare una sensazione di nervosismo, sebbene si trovassero in un luogo così consono alle loro aspettative.
Il capitano dov’era? Perché il camino della casa sul dirupo fumava?
Restavano ancora numerosi interrogativi da risolvere. Successe semplicemente che poco per volta Iris, Amerigi e tutti gli altri andarono scordandosi di tali misteri, talmente erano presi dagli interrogativi su tutto ciò che accadeva secondo dopo secondo. Inoltre conoscevano bene i modi del capitano, abituati com’erano ad aspettarsi di tutto da uno come lui.
O per lo meno non ebbero più a pensarci fino a che ciò non tornò fuori da solo nei loro pensieri.
37
Frattanto il cavallo del capitano aveva preso a girare il paese come stabilito.
Durante le sue perlustrazioni incontrava puntualmente il mercato del pesce, i banchi con le verdure di via Attardi, in generale qualsivoglia genere di distrazione ed era quasi sempre tentato di abbandonare ogni impresa.
Il capitano poco attento a queste cose non si era accorto per niente delle deviazioni del suo cavallo, contando solo sul fatto che il suo percorso era breve e rapido, almeno solo in apparenza.
Un giorno d’inverno coperto da brune novembrine il cavallo e Amerigi entrarono insieme tra le barchesse del chiostro a ridosso dei palazzi che davano su via F.
La situazione era alquanto curiosa a vedersi da fuori e Amerigi invece di passare dritto superò i porticati notando delle persone truccate in maniera strana all’ingresso del palazzo.
Proprio quando fu dinnanzi al portone, una vecchia signora imbellettata che passava con leggerezza sicura di sé salutando tutte quelle persone radunate, forse suoi ospiti, si arrestò davanti a lui fissandolo per un tempo che gli parve lunghissimo in quel momento. Amerigi iniziò a sudare freddo non sapendo perché veniva guardato, perché era lì e perché quelle persone erano truccate e agghindate con strani copricapi che ricordavano i cortigiani dell’alto Medioevo. Non notò nemmeno che il cavallo l’aveva seguito alle spalle.
Quella vecchia signora era di molto andata con le cervella e scambiò Amerigi per il suo cavaliere. Cavaliere di che? Amerigi fece presto a capire il malinteso e ad evitare la donna, che anzi trattò con molto riguardo come sempre faceva con tutti, anche se dentro si sé era rimasto ancor più confuso di quanto già non fosse.
Fece anche tempo ad annotarsi di quello strano posto. Gli ricordava alcune pagine che teneva tra i fogli sparsi del suo diario. Quelle erano annotazioni scritte per passare il tempo e per divertimento, lontane da pretenziosità o al contrario da vacuità volgari.
Vide un titolo di richiamo e lesse:
Prima di diventare un comico e un idiota, come poi penserò inevitabilmente rileggendo queste memorie brevi, andavo una sera al cinema assieme all’architetto Giannetta. Inutile ricordare appuntamento con chi. Il nostro amico si trovava a Cersipath per circostanze misteriose. Decidevamo quindi di andare ad indagare. Telefonammo dunque direttamente al bar Mariotti di Ossakio per avere notizie del nostro, il cui gestore Jim ci diceva di andare a vedere proprio a Cersipath, al cinema Australia. Venivamo accolti al cinema da un bovino con la camicia, da una signora oltre la mezza età molto succinta e dal nostro amico. Mi chiedevo intanto se per sbaglio non ero io finito all’altro mondo, ma così non era purtroppo. Con nostro sguardo misterioso attraversavamo l’antingresso ed entravamo al cinema. Subito notavamo l’uguaglianza persone presenti con avventori di bar a Ossakio. La signora ci invitava a passare la linea ipotetica tra Cersipath e Ossakio all’interno di un cinema. Salite le scale ci aspettava un fojer trasformato in sala per i cocktail. Nel frattempo perdevamo il nostro amico che conosceva tutti. Io e l’architetto Gianneta ci domandammo se era possibile entrare nelle sale. Osservavamo così che le sale erano impedite all’accesso ma che un film-concerto passava sullo schermo in fondo alle platee. Osservavamo di conseguenza che era più conveniente aver fatto il pieno e cadere al suolo stramazzando in posizione supina con la testa girata su un fianco. Oppure tutt’al più mettere la gente intorno a noi in posizione di sicurezza, che poteva così passare il tempo guardando anche qualche scena tra una svuotata e l’altra di budella. Il volantino che abbiamo trovato quella sera ricordava che nelle serate successive ci sarebbero stati un mangiafuoco all’ingresso, delle ballerine di tiptap nell’antingresso e un uomo con un serpente a sonagli nel fojer.
Il tutto durò non più di tre serate. Dopodiché ripresi a rivedere la signora succinta girare per Ossakio, in quanto titolare di un bar molto apprezzato dal nostro.
Non tornai più all’Australia per qualche anno.
Nel frattempo al cavallo piacque talmente quel luogo e quella buffa compagnia che non tornò più indietro.
Quando il capitano capì dov’era finito, qualche settimana dopo, gli spettacoli erano già terminati e il locale aveva già chiuso i battenti.
I giorni ancora seguenti si verificò un garbuglio a seguito di quanto era avvenuto.
Cominciarono ad arrivare delle lettere a casa della cugina, dove Amerigi ancora soggiornava per qualche ultimo giorno in attesa di trasferirsi altrove.
Le lettere erano scritte da quell’anziana imbellettata che aveva lasciato poco fa.
Rimane il fatto che lui scambiò le lettere per lettere scritte da Iris e andò incontro a un periodo di totale instabilità.
38
Amerigi continuava a ricevere quelle lettere che pensava di Iris.
Non si curò molto di leggerle sulle prime ma poi il pensiero gli tornò indietro col passare del tempo come una mannaia sulla testa. Iniziò ad agitarsi moltissimo e abbandonò piano piano senza quasi accorgersene l’idea di una buon posto in cui aveva intenzione di trasferirsi proprio nei pressi di un piccolo laboratorio allestito da lui ex novo. Le contingenze lo portarono invece a prendere casa poco fuori dal paese, in compagnia del suo amico Sindoito, in una zona non ben riconoscibile abitata da persone distinte, così come dalla parte peggiore di questa, che finora era riuscito ad evitare. Non fu nemmeno un buon affare poiché la stanza in cui si ritrovarono era al primo piano e con il soffotto crollato. Per cui l’idea tacita di conciliare l’urgenza dell’esondazione si tradusse in realtà in una posizione con ulteriore svantaggi.
Parecchio stordito da tutti questi fatti e senza nessun nuovo progetto o obiettivo per la testa, Amerigi si trovò alquanto impreparato ora ad affrontare tutto ciò. Provò con piccoli lavori, piccoli studi di motori leggeri per velivoli di bassa quota. Con ciò avrebbe potuto decidere di fare delle foto sorvolando l’isola, come di proseguire a nord-ovest oltre l’arcipelago. A bloccarlo non fu tanto una sua incapacità di proseguire nel suo lavoro, quanto l’ansia che lo stava divorando a causa di tutta quella instabilità quotidiana.
Con Iris Amerigi si era veduto ancora con buona frequenza, ma le cose erano precipitate con una velocità senza precedenti nella sua esperienza comunque matura di uomo saggio riguardo alla vita.
Naturalmente ciò era così quanto per Iris quanto per Amerigi adesso. Ma a differenza di quanto fece Amerigi, Iris continuò a restare in quella casa.
Restò d’altra parte molto confusa da parte sua soprattutto anche per via di quel giovane, Randonio, da cui era molto attratta.
Ecco come doveva svolgersi a questo punto un dialogo tra Amerigi e Iris:
«Dovresti trovarti una donna sai»
«Non è il caso»
«Perché, non è vero?». Amerigi ora era completamente in crisi.
«E chi sarebbe, chi dovrebbe essere?»
«Una donna che sa capirti, come me»
«Perché continui a sostenere di saper tutto?»
«Come? Ma se dici sempre questo di me, che sono l’unica a saperlo».
Amerigi era girato di spalle adesso. Non era affatto distratto. Era letteralmente distrutto da tutto questo.
Il dialogo continuò ancora.
Amerigi era molto preoccupato. Soprattutto nel vedere Iris così serena e non timorosa in alcun modo dei suoi sospetti su di lei. Sembrava che parlassero dell’ovvietà, poiché così era naturalmente nella testa di Iris, ma non di Amerigi, portato fuori strada da quelle lettere scritte da un’altra mano.
«Io ti aspetto comunque. Ti conosco. Quando vorrai sai dove trovarmi».
E così dicendo Iris se ne andò confusa a sua volta di vedere l’amico comportarsi in quel modo.
Pensò di aver forzato la mano. Pensò a molte cose malcelate, non dette. Pensò che dovevano aver raggiunto il tempo di staccarsi a causa di quell’amore materno in cui si erano trovati ad essere cullati, che considerava, come lui del resto, puro perché così inespresso.
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Randonio era salito nella parte alta per rientrare a casa. Abitava in una di quelle palazzine schiacciate di quella strada all’ultimo piano, sebbene non avesse la visuale di Iris ad esempio, per quella particolarità della torretta. Sotto di lui nello stesso stabile vi era un altro locale abitato.
Qui è possibile sentire Randonio salire le scale e attraversare con lo sguardo rapidamente la porta aperta.
Poi Randonio torna indietro. Ha visto qualcosa. Aveva scorto tra la fessura della porta e il muro una corda attraversare la stanza come una ragnatela sul soffitto. Lì erano appesi degli ingrandimenti di foto volanti. Il colpo d’occhio destò stupore in Randonio che decise così di soffermarsi ed entrare.
Sapeva che il vicino non era mai in casa e del resto i due utilizzavano la palazzina più come uno spazio comune in cui muoversi. C’erano degli angoli rientranti sui pianerottoli dove era possibile stendere i panni o notare una libreria o un lavabo incassati. Ogni spazio poi dell’abitazione in cui si apprestava a fare il suo ingresso era stato occupato in quella maniera singolare per cui entrare in casa non corrispondeva a essere fuorviati nei sensi come si può credere a una prima occhiata.
Certo Randonio era discreto ora al momento di varcare la soglia. La porta scivolò contro l’altra parte del muro. Era ben oliata e non fece rumore. Da altri particolari, una riverniciatura interna sempre sulla porta, forse per attutire il rumore e poi ancora arnesi ovunque e soluzioni chimiche collegate a macchine con pipette graduate, si capiva insomma come capì Randonio che il suo inquilino del piano di sotto era un mezzo inventore.
Scorse tra le carte alcuni fogli strappati da altri libri a costituire una specie di biblioteca tutta collegata per temi. Poi, quando trovò uno spazio più aperto alzò la testa per osservare meglio quelle fotografie.
Erano ingrandimenti di particolari o vedute di paesaggio. Ne staccò una per capirne di più. Vide che tra queste ultime sui paesaggi spuntavano qua e là, tutti in punti molto raccolti, carcasse si animali.
Ne staccò un’altra e vide che quei particolari ingranditi non erano di animali, bensì di altri cadaveri, resti umani.
Fu molto colpito da ciò, ma dato che aveva sangue freddo ne prese un’altra ancora.
Da questa vide che tutti i cadaveri umani presentavano le stesse caratteristiche, cioè non vi era alcun segno e i particolari erano particolari dei risvolti di vestito che portavano, tutti uguali che facevano pensare a un camice scuro da infermiere.
Randonio non si era mosso di lì perché lui aveva notato dei corpi abbandonati lungo qualche scarpata verso la raggiera dei corsi d’acqua dell’isola, ma per lo più solo di animali.
A quel punto mollò quanto aveva in mano perché sospettava di trovarsi nel posto sbagliato, cioè dentro la scena di un crimine.
Salì in casa velocemente, si guardò bene intorno e decise di chiudere il becco fintanto che non gli fosse venuta un’idea su cosa fare. Del resto poteva anche sbagliarsi.
40
Dormì malissimo e chiuso in casa col terrore. Aveva anche spostato un armadio davanti alla porta per tentare di preoccuparsi meno.
L’indomani Randonio aveva un’altra lezione di ballo.
Aveva due enormi borse sotto gli occhi. Così barcollante andò, e pure di corsa, ad affrontare la lezione.
Non dovette preoccuparsi per le scale del palazzo, per la porta aperta e così via. Ci vedeva poco fuori.
Arrivò a lezione in queste condizioni, mollò la borsa e si precipitò nella stanza.
Iris era già lì, impeccabile come sempre. Si accorse subito che qualcosa non andava. Dopo due passi il ragazzo finì tra le sue braccia con sguardo non proprio da sognatore.
Iris avrebbe voluto dargli un bacio, ma poi si accorse del suo aspetto orribile di quel giorno.
Si scostò di riflesso e lui cadde per terra di peso. A quel punto Iris si preoccupò e fece intervenire un massaggiatore.
Gli alzarono le gambe per far defluire un po’ di sangue al cervello.
«Mi puoi sentire?»
«Stavo meglio prima». Si accorse poi subito di aver detto qualcosa di equivoco e arrossì.
Iris arrossì anche lei nello stesso istante, ma in quel momento si preoccupò per lui.
«Ti senti bene?»
«Penso si sì»
«È successo qualcosa? Sembri preoccupato»
«Ti racconto dopo se mi rimetto».
«Dove abiti?» fece Iris, sempre con molta semplicità.
«Via F.».
Iris sgranò gli occhi.
«Anch’io» fece.
E qua Randonio iniziò a riprendere bene polso e respiro.
«Bello… prima o dopo l’università?»
«Davanti al banco con la rosa».
Tipica risposta alla Iris che mise al tappeto la tempra di Randonio.
Da qui si può dire che iniziò ad abbandonare ogni vacuità, data anche solamente dalla timidezza, perché si fidava molto ed era molto attratto sentimentalmente da quella ragazza, con la quale si aprì del tutto.
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Iris sapeva che doveva riaccompagnare a casa quel ragazzo. Era troppo insicura sulle sue condizioni e del resto dovevano fare la stessa strada.
Perciò mise da parte tutta la sua timidezza e s’incamminò con lui.
Anche questo stupì Randonio, sempre più spiazzato con grazia dal suo carattere e dal suo atteggiamento, nonostante rimanesse con lo sguardo molto sospesa per aria.
Entrambi passarono velocemente da una parte all’altra dell’isola. Presero stradine secondarie per evitare il traffico, strade che forse solo loro conoscevano così bene.
Salirono abbastanza rapidi lungo la via, anche perché ora Randonio aveva premuto sull’acceleratore per svelare a Iris il motivo del suo stato confusionale.
«Hai visto quei corpi?» chiese col fiato spezzato.
«Quali corpi?». Iris rifletté un attimo: «Vuoi dire che ce ne sono degli altri?».
Aveva capito al volo.
«Sta a vedere» fece Randonio, imboccando in quel momento preciso la scala che portava al piano superiore della palazzina.
La porta al primo piano era ancora aperta.
Randonio dette una sbirciata e poi facendo attenzione a non calpestare niente tra le carte buttate per terra entrò piano piano con Iris.
Si fece largo nello stesso punto della scorsa volta e le disse di guardarsi un po’ intorno.
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L’indomani Iris ne parlò con Amerigi. Quel fatto era molto strano. Tornò prepotentemente per un momento in loro l’inquietudine che manifestarono entrando nell’isola.
Resta il fatto che loro quei cadaveri non li avevano visti. Avevano visto solo carcasse di animali. Quanto a quei camici scuri meno che meno.
Amerigi quando aprì bocca al riguardo disse:
«Il capitano deve aver perso la testa. La donna con cui stava non ha mai fatto ritorno da qui. Forse è rimasta implicata in questa faccenda»
«Allora deve aver sospettato di tutto a questo punto. Randonio dice che non si è più fatto vedere a casa».
«Randonio? Casa?» chiese Amerigi.
«Quel ragazzo davanti all’università, i tizzoni ardenti… Abita nel suo stesso palazzo».
Questa volta Amerigi fu sorpreso da Iris ma non provò a chiedere oltre.
Si fidava di lei e da quel tono intuiva che vi era abbastanza sincerità da parte sua. Ma quelle lettere allora? Ancora non capiva.
«Si sarà scocciato adesso» pensò per un attimo lei. Poi tutto passò. Intuì che Amerigi aveva preso a pensare al capitano più di tutto.
«Sarà meglio cercarlo sul serio da questo momento» sostenne Iris.
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I giorni ancora successivi Sindoito avvertì Amerigi che l’arrivo dell’esondazione era imminente. Lui, già molto pensieroso di suo, ebbe la prontezza di tirar fuori una buona idea.
Forse, pensava ora, posso costruire un’altra imbarcazione, stavolta più piccola.
Fece combaciare così l’esigenza di occuparsi del capitano con quella di pensare a quella contingenza e del resto fu lieto di cimentarsi in quell’opera, dal momento che aveva trovato un suo motivo di ispirazione prediletto.
Si mise al lavoro subito, ma, passate poco più di un paio di settimane, si ritrovò nuovamente del tutto schiacciato e in ansia.
Arrancava Amerigi adesso e arrancava ancora.
C’era il pensiero di cosa fare, il pensiero di Iris, il pensiero della barca, il pensiero del capitano e poi il pensiero di salvarsi la pellaccia dall’esondazione.
Non riusciva a lavorare del tutto destabilizzato da quei fatti a cui si sommava l’incompatibilità della vita con Sindoito che spartiva con lui adesso quello spazio angusto, sebbene i due andassero d’amore e d’accordo.
Sindoito pure aveva i suoi problemi quotidiani, ma Amerigi non aveva bisogno di altre grane.
Passavano inoltre persone malandate, arrampicatori sociali perduti e sconfitti, che si arrabbiavano se nessuno gli prestava ascolto. Era un disastro quella situazione. L’esondazione stava per arrivare e si sarebbe portata dietro tutto. Era inevitabile a quel punto, ma successe ancora dell’altro.
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Amerigi ebbe la sola fortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento giusto.
Un paio di giorni prima dell’esondazione difatti si era preso il fardello sulle spalle, come non fosse già abbastanza carico di inquietudini, di rintracciare il capitano. Era uomo molto responsabile e il fatto di aver condotto questi e Iris fin laggiù in un certo senso gli gravava come un senso di colpa. Vagò fino a tutto il giorno precedente senza concedersi sosta. Il mattino di quel giorno decise di tornare nel primo posto da dove era partito per iniziare le sue interminabili peregrinazioni. Nulla da fare. Non aveva un secondo di tregua. Prima di ripartire osservò di nuovo qualche foto, non riuscendo a scorgervi nessun particolare in più di quanto non avesse già notato. Teneva le foto in mano e senza volerlo si lasciò scivolare lungo la poltrona a dondolo in vimini del capitano. In quell’esatto istante si addormentò. Intanto la marea con un giorno d’anticipo aveva già iniziato ad entrare nell’isola.
La palazzina dove era crollato dal sonno all’alba, nell’esatto momento del passaggio della marea di fango e detriti, era in un buon posto vista l’ampiezza dei portici, che potevano contenerla trattenendola almeno per qualche tempo.
Quando aprì gli occhi si trovò solo con le scarpe sotto il livello dell’acqua. Era nella mansarda del capitano.
Allora si spicciò ad affacciarsi alla finestra.
C’era di tutto. Il livello dell’acqua era già molto alto ma stava crescendo ancora. Sopra galleggiavano porte, pezzi di mobilia, ammassi di ogni genere di sporcizia.
Amerigi prese ciò che poteva con sé e alla meno peggio si lanciò fuori.
Aveva visto una porta a cui aggrapparsi ma dovette atterrare nell’acqua torbida e muoversi un bel po’ prima di aggrapparsi saldamente.
Bluon. Un ammasso di melma sulla faccia.
Poi, mentre non ci vedeva niente gli arrivò una spallata da un cumulo di resti sulla destra.
Totalmente in affanno si rigirò su sé stesso con la porta piroettando verso un enorme pilastro. Scontro inevitabile.
Il colpo ebbe l’effetto di riportarlo sopra la porta e ora la defluenza si apriva verso un passaggio più grande, portata via più velocemente dalle spinte di corrente che arrivavano dai fianchi.
Ci mise poco Amerigi a finire il suo calvario e ad atterrare su un litorale sabbioso che si estendeva lungo un’estremità sconosciuta dell’isola.
Quel lembo di sabbia coperto da una pineta aveva avuto l’effetto di filtro per le sporcizie e il flusso di melma.
Era stata la sua fortuna poiché altrimenti si sarebbe potuto vederlo finire direttamente a mare e magari cascando giù da una collina a capitombolo.
Il peggio doveva essere passato. Dietro di lui tutto quello strano posto era stato invaso come previsto in quel periodo. L’aveva attraversato tutto, ma era stato un lampo. Ora c’era da riprendersi.
Amerigi si rialzò, si scostò la melma che gli era andata sopra gli occhi e si girò a guardare.
C’era un sole spettrale. Spettrale per quel momento perché luccicava tirando tutto a lucido, mentre intorno c’era solo una gran confusione liquida.
Oggetti sparsi d’ogni tipo. Candele, biciclette, divani, fotografie, sedie, abiti, insegne stradali, scaffali.
C’era di tutto. Amerigi si guardò un attimo il petto per vedere se era ancora vivo e tutto d’un pezzo.
Tutto regolare. Il corpo aveva reagito bene agli urti e agli sconquassi.
Provò a pensare a cosa fare e sentì una strana sensazione impadronirsi di lui.
Come se potesse ripartire per un momento pensò: «Forse posso riprendere fiato adesso», ma si guardò intorno e intorno c’era soltanto una pozza che aveva invaso tutto.
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Senza pensare tragico Amerigi studiò attentamente cos’era possibile fare e si mosse come aveva sempre fatto.
L’acqua era troppo alta per proseguire a ritroso e tornare in città. Oltretutto non sapeva quanto avrebbe potuto tenere quella piena, bloccata tra i pini rovesciati al di là del canale davanti alle mura.
Dopo essersi tolto alcuni vestiti ed essersi ripulito alla meno peggio si accorse che nella tasca teneva ancora qualche foglio di carta e una penna. La tasca era stata ben chiusa e per sua fortuna era una tasca d’impermeabile.
Allora decise di prendersi nota innanzitutto di tutti quegli oggetti che erano sparsi ovunque, sparpagliati a più non posso, ma prima di questo successe che trovò un piccolo quartiere insediato lì fuori dalle mura.
Questa gente era molto cordiale e sebbene Amerigi per la sua esperienza diffidasse di tutto ora si trovava bene tra quelle persone.
Subito queste avevano notato le sue condizioni e gli avevano prestato soccorso.
Quella era gente che alla rinfusa aveva sistemato delle baracche di emergenza per queste occasioni, ma poi aveva finito per insediarsi in pianta stabile anche perché molti tra quelli si erano sposati e avevano avuto dei figli e perciò vigeva un clima sereno dopotutto.
Era il quartiere Scelsie e gente di diverse credenze e opinioni andava molto d’accordo come poco ormai facevano credere tutti.
Fu vitale per Amerigi trovare un po’ di vita che scorreva dopo tutto quel fracasso. Lì si sistemò, trovò tranquillità e si riprese dalle spossatezze per poter ripartire a lavorare e a pensare.
Difatti per il lavoro c’era molto da fare adesso con progetti vari di ricostruzione e recupero. Roba d’alta ingegneria di cui lui conosceva bene i meccanismi ed era perciò oltretutto benvisto e stimato tra la varia umanità di quella gente del quartiere Scielsie.
Qui ritrovò il suo giovane amico Sindoito, anche lui sospinto fin laggiù dalla marea.
Perlustrava zone, prendeva appunti a più non posso. Era incontenibile Amerigi quando gli si dava carta bianca.
Riuscì a mappare bene tutto il territorio e fare un resoconto sugli oggetti da recuperare.
A quel punto era il principio dell’autunno e ad Amerigi restava da ispezionare solo un atollo centrale dentro l’isola collegato a terra da una vecchia ferrovia. Del resto solo così avrebbe potuto raggiungere ancora l’interno dell’isola. La fanghiglia torbida aveva finito per bloccare ogni altro punto d’accesso.
L’acqua si era comunque abbassata, ma non di molto. Tuttavia la zona dei binari reggeva bene e del resto quello era ancora l’unico modo per raggiungere un pezzo di isola come quello.
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Il capitano era del tutto galvanizzato da quella nuova situazione.
Spesso nei giorni in cui tirava molta aria lo si vedeva sporgersi da un dislivello sopra il paese con tutta la parvenza di chi altro non aspetta che sfidare il mondo.
«Tu non conosci me ma io conosco te ignoto. Ah se ti conosco».
Facciamo dunque gli auguri al capitano.
Una sfida titanica anch’essa a suo modo.
Per meglio indagare poi sul fatto dei corpi abbandonati aveva preso a fabbricare uno di quei suoi strani ordigni: una stampella rinforzata con un tirante da una parte e una molla dall’altra. Nei casi in cui doveva procedere con le indagini lungo la scarpata da dove erano partiti ciò facilitava il cammino e gli consentiva di fermarsi a osservare la situazione da punti non ben esplorabili.
Poi ripartiva ed ecco come doveva procedere: ad ogni passo la punta sul tirante a forma di cuneo, che era la punta di un piccone, si incastonava nel terreno piovoso; una molla dall’altra parte gli dava la spinta di contraccolpo, poiché ad ogni passo precipitava un poco inesorabilmente verso il basso, spinta che lo riportava in asse col suo cammino longitudinale. Aveva, posizionata accanto alla molla, un sistema di bloccaggio per cui poteva decidere lui quanto in alto spingersi ad ogni risalita data dalla molla. Non più di un paio di metri, al massimo.
Stampella ingegnosa quindi.
Quella bizzarra invenzione stavolta diede i suoi frutti meglio del rilevatore montato sulla coda del cavallo.
Infatti un pomeriggio stava ben bene perlustrando la zona al di sotto della casa col camino fumante, quando con il suo monocolo e quel suo apparecchio sotto la spalla notò una cosa molto importante: c’era un cannocchiale montato sotto la casa diretto sotto a qualche punto verso il paese.
Era chiaro che nessuno l’aveva scorto così incassato e sotto anche i livelli delle banchine.
Allora poteva darsi secondo lui, che qualcuno fosse arrivato fin lì, l’avesse notato ma fosse caduto.
Ciò dava a quell’aspetto una rilevanza assoluta.
Rimaneva però il fatto che i corpi non presentavano segni, ma il capitano era già diretto verso la casa fumante. Aveva presagito qualcosa e non si sbagliava mai su questo.
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Col passare del tempo João s’era fatto irriconoscibile. Aveva ora totalmente rasata la barba, ma sembrava vecchissimo per via di una berretta portata sul capo che gli schiacciava l’arcata sopra gli occhi impedendogli quasi la vista. Il copricapo poi gli creava una serie di rughe che investivano tutta la fronte. Ciò era forse frutto della sua personalità usuale, ma oramai si poteva dire che avesse perso qualche rotella immerso in tutti quei calcoli e quelle indagini.
Amerigi, dal canto suo, mostrava preoccupanti segni di smarrimento personale. Fu così che un giorno i due si incontrarono.
La vecchia ferrovia disponeva ancora di una locomotiva con poche carrozze, che attraversava le lande più isolate per via del frastagliamento della zona costiera. Collegava anche una piccola zona non raggiungibile via terra situata in una estremità della zona interna oltre la fitta boscaglia. La ferrovia girava come una cerniera attorno al nucleo centrale dell’isola per poi terminare e ripartire dall’atollo che racchiudeva al suo interno.
Amerigi non aveva mai visitato l’atollo e lì infatti era diretto. Il capitano invece aveva preso a perlustrare ogni singolo tratto di boscaglia ad uno ad uno. Quel giorno era alla sua penultima esplorazione. Quando Amerigi salì sul treno i due fecero un bel pezzo di strada assieme. Erano seduti uno di fronte all’altro e non si riconobbero per niente. Il capitano dopo un po’ tirò fuori il suo taccuino con gli appunti delle indagini. Poco dopo Amerigi faceva lo stesso poiché ormai non gli era rimasto altro che prendere nota di quel viaggio.
Brigante d’un canaglia. Tiri fuori anche tu il quadernino. Non vuoi essere da meno che un mascalzone come me.
Uomo più o meno alto. Sembianze di uomo vissuto. Copricapo interessante intagliato con canapa e chele di granchio.
Ah se studi. Lo dico io. Vai a dare lezioni ai contadini. Non fa una piega.
Sguardo di sfida. Da dove viene costui? Interessante grugnito. Forse una lingua locale.
Il capitano borbottava tra sé sommessamente imprecazioni d’ogni genere.
La situazione fece presto a degenerare.
Neanche sai qual è la capitale del Burundi.
Mai stato in Africa, si vede.
Responsabili della bomba atomica.
Forse Nagasaki.
Fazioso e che non sia mai.
Pare quasi un vietnamita.
Tutti buoni a mangiare nel piatto degli altri.
Diffidente e un po’ scroccone.
Continuarono così a lungo a fare le galline come due dotti depositari di tutto il sapere del mondo, uno più scombinato dell’altro. Arrivarono sul punto di mettersi quasi le mani addosso, senonché Amerigi riconobbe nuovamente la ferita sul braccio.
Abbracciò istintivamente il capitano. Questo a momenti non veniva preso da un raptus mentre si annotava un’ultima frase.
Fa l’amico il principino. Gli sganascio io un bel segno di amicizia giù per la nuca.
Da vicino il capitano riconobbe finalmente la voce di Amerigi ma non fece in tempo a trattenere la mano, che piombò addosso all’amico. Amerigi si riebbe dal tramortimento solo qualche minuto più tardi. Il cielo però intanto si era fatto oscuro e minaccioso.
«Seguimi» disse il capitano, quando Amerigi riaprì gli occhi.
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Il capitano scese dal treno e iniziò a farsi strada subito attraverso la boscaglia. Ora con la falce in mano aveva appena finito di spaventare ancora una volta il povero Amerigi.
Subito dopo si voltò e prese a farsi largo tra un cespuglio. Dalla sicurezza del capitano e dal fatto che non canticchiasse o non imprecasse, Amerigi capì che si doveva trattare di qualcosa di serio. Rinsavì un po’, ma era ancora frastornato.
Il capitano zittì Amerigi, che era già zitto, mettendogli una mano sulla bocca.
Percorsero un sentiero scavato tra i bambù. Il camminamento doveva già essere stato aperto dal capitano in precedenza. Aveva fatto un ottimo lavoro per non venire scoperto.
Forse stiamo entrando in un territorio privato, pensò Amerigi. Poi il capitano si bloccò.
«È lì vedi» disse.
Amerigi vide una baracca costruita con assi prese evidentemente altrove.
«Dalle banchine» disse João. Il capitano era troppo preso dall’andare fino in fondo a quelle sue indagini e non aveva spiegato ancora niente ad Amerigi, il quale sembrava vagare nel vuoto con la mente.
Il capitano si mosse velocemente fin sotto un’architrave pericolante a fianco dell’ingresso. Ma lì avvenne dell’altro.
Uno andò verso il capitano, che prese a correre all’impazzata nella direzione sopra la baracca.
Il suo amico invece ne aveva uno dietro per cui poteva scendere solo nella direzione opposta.
Avevano due grossi cani alle calcagna.
Girandosi Amerigi non prese per errore il sentiero da cui erano arrivati e solo dopo averlo notato con la coda dell’occhio si rese conto che era entrato in una zona recintata.
Il cane correva dietro con una voglia incredibile di addentargli una caviglia. A quel punto Amerigi accelerò fino a perdere i sensi, fece un giro attorno a un’enorme quercia e tornato indietro si aggrappò con le ultime forze residue alla porticina tirandosela dietro. Questa battè con estrema forza sulla rete metallica dall’altra estremità del cardine facendo cadere un’asse d’acciaio pesantissima che bloccò la porta.
Si accorse dopo essere quasi svenuto per la seconda volta che era salvo.
Il cane si scagliò contro ma rimase bloccato dentro la recinzione. Era fuori di sè. Gli occhi rossi scintillanti gli uscivano dalle orbite. Amerigi si alzò e non ci pensò due volte: si mise a correre giù per il sentiero più che poteva, ma non appena lo aveva imboccato ecco subito l’altro cane che correva verso di lui a spron battuto dall’altra parte.
Era circondato. A quel punto Amerigi fece l’unica cosa che poteva. Andò verso la porta della casa e tentò di aprirla per mettersi al riparo.
La porta si mosse subito e Amerigi senza guardare alcunché la richiuse subito dietro di sè mettendo la sicura.
A quel punto era salvo.
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Amerigi sentì il cane ringhiare. Dentro era buio pesto e l’incalzare di quell’animale, che gli urtava i nervi a più non posso con quel suo verso stridulo e indemoniato, lo spinsero a cercare un’interruttore a tastoni. Filtrava solo un filo di luce da sotto la porta. Poteva vedere che la stanza finiva lì dopo pochi metri, ma forse c’era una porta più in fondo, pensò. L’ombra in movimento che filtrava dal pavimento non gli dava scampo anche quando il cane smise di abbaiare.
Molto debole e con il cuore che come una spugna zuppa assorbiva una scarica di colpi che avrebbero mandato al tappeto chiunque, Amerigi strisciò verso l’estremità della parete opposta. Fece per poggiare il ginocchio a terra quando con la spalla urtò inavvertitamente contro una superficie fuori dal piano della parete.
Allora si scostò indietro.
Silenzio per un paio di secondi…
«SBAAAM! BZZBZBZZ ZZZ»
Tutto illuminato. Un fragore assordante di api in movimento.
Un immenso alveare si aprì alla vista lì davanti su tutte e tre le pareti.
Amerigi collassò all’istante.
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Chi era che compiva quelle diaboliche macchinazioni?
Erano davvero tali? Non poteva trattarsi di una coincidenza?
Che senso aveva di preciso quella cosa?
Il capitano era riuscito a fuggire con la stampella attraverso un dirupo. Era agitatissimo.
Andò subito a cercare il suo amico guardiacaccia Stilme lì vicino e gli intimò di seguirlo. Questo, che era un tipo molto pronto, era armato di tutto punto e presagì subito che doveva essere successo qualcosa di grave.
Rifecero la strada attraverso la boscaglia.
Raggiunsero la casa, ma stavolta niente. Nessun rumore di cane. Stilme era già pronto col caricatore pieno.
Insieme a loro erano arrivate un paio di persone che presero a correre giù verso il dirupo.
Il guardiacaccia tirò qualche proiettile soporifero, ma non riuscì a capire se avesse raggiunto il bersaglio.
Il capitano si fiondò nell’inseguimento, mentre lui, il guardiacaccia, rimase a perlustrare la zona.
«Fermo!» gridò João.
«So che sei uno s…… non c’è bisogno di dimostrazioni».
«Corri pure dalla mamma vigliacco!».
Stranamente parlando il capitano si caricava e invece di perder fiato acquistava forza per allungare il passo.
Poco dopo, quando gli parve opportuno, decideva di passare per una stradina e di sorprendere il suo uomo girandogli intorno e saltandogli addosso tutto a grande velocità. Non riusciva a vedere quasi niente, così come non era riuscito a vedere quando era arrivato su posto.
«Tu credi di essere uno furbo».
«Mai che paghi».
Prese la curva. «Ahahaa». Tentò un salto ma atterrò sopra a una fossa coperta da della sterpaglia secca e sprofondò giù per un cunicolo.
Lì, appena si riebbe iniziò un ennesimo sproloquio.
Il guardiacaccia nel frattempo si era portato dietro la rimessa. Notò che l’uomo in direzione del quale aveva lasciato partire il colpo era a terra, per cui decise in gran fretta di raggiungere il compagno.
L’individuo steso a terra davanti a lui indossava lo stesso camice scuro che il capitano aveva fotografato.
Lasciò lì il corpo, convinto che sarebbe tornato solo dopo aver recuperato l’amico.
Il capitano poteva raggiungere agilmente la superficie usando la stampella, ma si accorse che un certo punto del terreno presentava una parete da cui filtrava dell’aria. Preparò un ordigno con un inverter per la corrente che aveva già pronto in tasca e dello zolfo grattato da dei cerini.
Quando fece saltare una delle pareti di terra e risalì in superficie vide che non c’era più nessuno. Teneva il terreno franato come scalino e spuntava fuori solo con la testa. Quando la voltò dall’altra parte Stilme stava venendo giù di corsa. Si aiutò con il braccio dell’altro e solo allora fu completamente fuori. Corsero dunque al capanno, entrambi con molto affanno, ma quando sbucarono davanti alla porta il guardiacaccia vide che il corpo era scomparso. Andò di nuovo verso la rimessa ma non notò niente di rilevante. Intanto il capitano stava già sfondando la porta.
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Amerigi era ancora lì dentro steso a terra nella stanza. Una volta entrati il capitano e il guardiacaccia constatarono che il polso dava ancora segni di vita e si sbrigarono per portarlo giù di lì nel più vicino ospedale.
Tutti e due i soccorritori notarono la strana stanza, illuminata ora in penombra da una luce irreale, piena d’aria ma anche di mistero e d’inquietudine, che tagliava quello spazio in diagonale fino al muro in fondo alla stanza.
«Via, via, via di qui» fece il guardiacaccia, che doveva aver collegato già due o tre tasselli vacanti nella sua mente di ispettore secolare di quei posti.
Il capitano lo intuì e tacque, badando solo a salvare l’amico.
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Amerigi si riprese dal coma qualche mese più tardi. Nel frattempo la situazione era stata chiarita.
Era stato chiamato in causa perfino dinanzi al Senato dell’isola, come si vedrà poi in seguito. Era stato accusato e poi assolto.
Il Senato svolgeva le normali operazioni di amministrazione all’interno dell’isola ed era composto da pochi membri sempre in successione tra loro a causa delle caratteristiche di quel luogo.
Gli individui sospetti non avevano lasciato alcuna traccia.
La storia era finita lì?
Chi erano? Lavoravano per qualcuno?
Il guardiacaccia e il capitano nei giorni subito successivi s’interrogarono più volte sull’accaduto, specie riguardo quell’uomo dal camice scuro che non ritrovarono più una volta tornati al capanno.
«Ci sono due possibilità. È stato rimosso o se n’è andato da solo».
Il guardiacaccia fece intuire che doveva trattarsi della seconda opzione. Ne aveva avuto sentore da alcune capsule ritrovate in precedenza, perlustrando le zone dove aveva ritrovato i cani.
«Le capsule che ho trovato devono rilassare i muscoli della faccia. L’espressione che ho visto era rilassata come l’espressione di un cadavere, ma non saprei dire se invece stesse dormendo, o facendo finta»
«È probabile che si sia buttato a terra quando hai sparato e abbia ingerito la capsula»
«Ci sono due casi sovrapposti. Quello dei corpi e quello degli animali nell’alveare» sosteneva il guardiacaccia Stilme.
«L’alveare?» chiese il capitano.
«Ho notato che qualcuno faceva stordire i cani lì dentro per poi curarli»
«Quello è già bello che al fresco»
«Dev’esserci di mezzo qualcosa di più grosso. L’isola ha sempre avuto bisogno dei cani per la sorveglianza e la ricerca di gente sperduta. Ogni giorno ne nascono a decine qui. Non si vedono per via dei diversi flussi d’entrata dentro la torbiera»
«Ma ho notato un cannocchiale montato su una casa lungo un dirupo in uno di questi»
«Dev’essere per tener d’occhio la vigilanza e controllare i cani e l’alveare»
«Oppure tutti sono controllati».
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Amerigi aveva testimoniato con la lamella in bocca perfezionata del capitano. Il capitano l’aveva sistemata integrando un nastro dalla tecnologia impeccabile con diverse registrazioni. Solo quando aveva iniziato a parlare in aula si era reso conto che la sua deposizione era già registrata a tratti e, nonostante dicesse la verità, al Senato importava sentire molto quelle frasi in più, avendo un organico al suo interno del tutto instabile. Aveva bisogno cioè di sentire alcune scontatissime frasi di rito con circonlocuzioni come questa:
Sbaglierei se dicessi di non aver fiducia in voi
Il solipsismo di Amerigi finì per avere effetti del tutto particolari. Altre volte invece Amerigi parlava davvero di giustizia quand’era sottoposto a interrogazione, con uno stile quasi sentimentale e indifeso, ma quelle erano davvero parole che raccontavano il suo carattere e il suo modo di vedere le cose e però ovviamente tutto finiva per mischiarsi come un calderone. D’altronde Amerigi non poteva nemmeno decidere di togliersi la lamella davanti all’intero Senato. Si rammaricò di aver ascoltato il capitano. Questi lo aveva facilmente eluso all’ospedale inserendogli la placca, dal momento che il capitano stesso aveva capito tante cose e voleva giustizia. Nonostante questo il suo gesto era del tutto privo di calcolo e cinismo. Era dettato più dall’istinto della rabbia che gli era venuta per la poca chiarezza e per il ricordo della sua amata. Amerigi dal canto suo probabilmente ancora non si era ripreso del tutto dopo il ricovero d’urgenza all’ospedale. Dovette proseguire.
«Sì sono stato io ad addentrarmi dentro a tutto questo anche se per sbaglio, dal momento in cui non proferisco menzione che non sia data dall’inequivocabilità della mia posizione di cittadino all’interno di una giurisdizione di cui accetto consensualmente di adempierne i doveri».
Quello stile pleonastico piacque molto ai giornalisti e al Senato. Si può dire che se la cavò proprio per quello. Perciò nessuno si era accorto di niente.
Il Senato fece infine luce e dimostrò che quel giro di soldi sporchi ricadeva su certi falsi medici impostori e stabilì che l’alveare era un’installazione artistica dismessa di cui tuttavia erano responsabili i sui ideatori per un collegamento tra questi e il veterinario capo della banda.
La colpa finì su questi ideatori spostando il pubblico dibattito, ma certamente il gioco era molto più grosso. Tra di loro finì in manette quindi il veterinario dall’ordine contraddistinto dal camice scuro, che poi veterinario alla fine non era. Tutto il paese pensò che la colpa fosse solo dell’amministrazione, che d’altro canto era comunque implicata.
Su Amerigi calarono alcune ombre per aver buttato discredito su certe organizzazioni, ma in generale tutti sapevano di queste circostanze e la sua reputazione non subì grossi colpi.
Rimanevano alcuni scettici che ogni tanto dibattevano sull’episodio organizzando convegni dal titolo: “Il cane come…”, “Amerigi come…”, o “L’alveare come il buco nell’ozono”. Riguardo quest’ultimo punto il capitano aveva qualcosa da suggerire.
Altri raccontarono di questa storia come una leggenda: “La leggenda dell’alveare”. Spazi dove bambini e persone comuni con interessi vivi tra i più disparati, senza alcun certificato di scrittori, si trovavano a raccontare questa storia dell’isola e a riscriverla a tal proposito in molti modi diversi, sotto forma di laboratori ad esempio, o anche solo attraverso una conversazione. Solo per ricordarla.
Certamente il caso dei corpi rimaneva il più misterioso. Amerigi non escludeva, ed erano tutti d’accordo anche Iris e gli altri, che alcuni non fossero davvero dei cadaveri.
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Per Amerigi era arrivato il tempo di andarsene anche di lì.
Vagava spesso adesso in prossimità dei raccordi costieri, ma per un tempo piuttosto contenuto e più per cercare di pensare a qualcosa che lo portasse via con i pensieri.
Lì trovava spesso rifiuti vari tra cui cocci di bottiglia. Collegava spesso quei resti a dei messaggi che qualche disperso avrebbe potuto scrivere e andava alla ricerca di qualcosa del genere, qualcosa che non sapeva bene. Però fu proprio per un pensare del genere che si ricordò delle lettere che un amico di paese, Carlo, gli scriveva con regolarità e di cui non leggeva più da qualche tempo.
Pure lui era rimasto solo e per far passare il tempo aveva iniziato ad appassionarsi di pittura. Era molto bravo e si applicava molto, con un’intelligenza e un metodo che avevano molto a che fare con il carattere di Amerigi. Della lettera gli piaceva in particolare un passo, che aveva secondo lui molta affinità con il suo lavoro:
Spesso lo schematismo nella maniera di pensare è stato fatto riportare a quinta teatrale…
Se la ripeteva nella mente, non avendo più che pochi pensieri e spesso la riformulava. Fosse stato lui avrebbe detto:
Spesso una maniera di esprimersi viene ricondotta a quinta teatrale, laddove questi segni non mostrano affatto una costruzione, artificiale o velleitaria, ma semplicemente, oltre ogni apparenza, alla fine, l’unico modo per essere disposti e distesi, per mostrarne una provenienza autentica.
Un giorno Amerigi camminava lungo le foci. Le maree si andavano diradando e i litorali erano cosparsi di conchiglie. Tutto luccicava e si chinò a raccoglierne una. Più avanti, passato un crinale ne trovò delle altre. Allora si distese, prese a pensare a Iris.
I loro incidenti lasciavano il tempo che trovavano. Ormai non si crucciava più per quelle lettere. Pensava piuttosto a cosa ne sarebbe stato di loro, ma non c’era verso di spiegarsi e nemmeno avrebbe osato chiederle niente.
Era un’immagine attaccata ad un filo con il resto. Ma si sarebbe potuto dire che fosse solo quello, un’immagine.
Girandosi di nuovo trovò soltanto una conchiglia, identica a quella che aveva appena raccolto.
55
Tra Iris e Randonio anche quel quadro sospeso si incrinò un po’ per via dell’assenza dell’amico-spalla Amerigi, ma tutto procedette bene.
Randonio si chiudeva in se stesso. Ciò non corrispondeva a una chiusura ma alla totale assenza di riscontri nella realtà. Era ancora uomo del tutto vero, ma non gli era rimasto nessun amico, nessuna dolce cantilena, nessuno, niente che spiegasse come si sentiva una persona come lui.
L’unica cosa che trovava era uno specchio nella brutalità dell’abbandono e dell’ingiustizia. Così aveva preso l’abitudine a certe letture che non si addicevano per niente a un uomo come lui.
Spesso la violenza che da ciò derivava si rispecchiava appunto, ma sempre con colori opposti, nella sua esperienza.
E così chiuso sempre più in questa spirale ogni tanto perdeva il lume della ragione perché pensava che doveva solo attendere del tempo, ma quel tempo che stava passando non passava mai per lui.
Quando anche Iris perse un riferimento come Amerigi per il solo motivo del tempo che scorreva, che doveva andare avanti, e avanti, Randonio non forzò mai quest’esperienza privata, questo fatto per dare spiegazioni arretrate a suo favore. E anche lì nessuno lo vide. Nessuno ne parlò, mentre ormai si parlava di tutto in paese.
Passò dell’altro tempo e le cose si appianarono, le ferite in qualche modo erano rimaste ma si erano divise a metà e così scacciavano entrambe le parti e le dissipavano col loro lato migliore che era la loro grande forza. Ora Iris e Randonio stavano bene insieme.
Bene se ne avevano sempre voluto.
Randonio un giorno di vento che spazzava via tutto, la spazzatura e i pensieri buoni, passeggiava con Iris. Erano a tratti staccati ma quel vento li portava via bene uniti dove tutto invece intorno non solo non era più poesia, ma era vanità del paese che fingeva di proseguire sempre uguale, laddove i pensieri costituivano un altro paese con tutt’altre dinamiche.
Mentre tutti diventavano stranieri per fuggire la fame, loro erano migrati all’interno del loro paese in aree remote ancora come viaggiatori, finendo per essere quasi dimenticati.
Ma via F. rimaneva un contenitore perché gli altri lo notassero, speravano. Chissà quanto sarebbe durato.
Randonio si fermò davanti al solito mucchio di pietre scure.
Sapeva che tutti erano presenti. C’erano tutti gli spettatori di quella strada.
Era domenica. Non importava se ci fossero stati i colpevoli.
Lo voleva fare.
Era una forma di risarcimento per Amerigi.
Lo ricordarono con un gesto che aveva dentro tutto il significato della loro poesia persa nel tempo e allo stesso tempo uguale a se stessa sempre e forse con un colore di malinconia che solo loro capivano per il tempo che passava assieme a quello dove tutto doveva essere decifrato tra sé.
56
Dopo tutto il periodo in questione di avventure piacevoli e meno piacevoli sull’isola, Amerigi aveva ripreso a camminare con maggiore sicurezza, percorrendo l’intero territorio. Ci si addentrava in lunghe camminate prima di essere colto dalla stanchezza.
Risiedeva ancora in quel posto periferico lugubre, ma di ciò si curava poco.
Indossava ancora le sue scarpe impermeabili per attraversare le zone umide o gli stagni pieni di quei muschi caratteristici che puntualmente incontrava. Riconobbe una xanthoria parietina una volta, un lichene giallo arancio a forma circolare che cresce nelle zone del Mediterraneo. Ciò confermò il fatto che il suo cervello non avesse perso lucidità.
Una mattina stava ripercorrendo quello stagno per ritrovare quel colore particolare. Stava girandosi intorno quando scorse un capanno davanti al quale era stato fissato un tendaggio. C’era un minimo pertugio sul davanti ben nascosto tra i rami ricurvi di un salice, mentre la parte dietro, il capanno appunto, terminava subito a ridosso di un punto troppo difficile da raggiungere per via dell’acqua abbastanza alta.
Amerigi lo scorse per puro caso. Tutto era ben mimetizzato con la vegetazione.
Avvicinandosi, tuttavia, gli sembrò più immerso nel paesaggio che volutamente nascosto, come di un posto dimenticato.
Si portò dietro il pertugio in silenzio. Avanzò con passo prudente, sollevando qualche ramo e il tendaggio a ridosso.
Davanti a lui c’erano alcuni elementi presi qua e là e messi assieme a formare un ambiente preciso. Sembrava di entrare in un locale abitato o in un negozio di decine d’anni addietro, ma con in più questa particolarità: ogni elemento era posizionato staccato dall’altro. Così, quel luogo sembrava un assemblaggio ma senza alcuno scarto di visione con un ambiente vero e proprio. Esempi erano quei lampadari alti a terra rivestiti di stoffe non sintetiche, lavorate e colorate; oppure quei vecchi termosifoni in ghisa bassi e larghi; gli infissi sottili in legno che incorniciavano alcune alte vetrine.
Dietro queste si sporgeva a ridosso un omino basso e tozzo, che indossava una cravatta e una giacca sgualcita. L’ambiente a osservarlo fino a lì dava l’idea di una bottega di barbiere.
L’uomo, molto rilassato e però estremamente concentrato, a tratti spingeva una leva sotto il sedile dove stava seduto per portarsi davanti a un enorme parete a incasso su cui erano collocati degli sportellini. Dal basso Amerigi vide che sopra ogni cassetto era affissa un’etichetta che portava scritto un nome proprio di persona o un nomignolo.
Il vecchio raccoglieva tutto ciò che il mare restituiva. Era un catalogatore infallibile, per cui, con metodo scientifico moderno confrontava in più ogni minima traccia data dal reperto con le persone che incontrava nell’isola, essendovi insediato da tempo immemore. Così ogni reperto aveva un possibile nome di riferimento, il che, considerando la natura mutevolissima di quel posto, costituiva quasi un miracolo. Era un’impresa che richiedeva tutta una vita, ed era, quella, un’operazione altro anche dal calcolo, senza coinvolgimenti effimeri. Forse era l’unico ad aver salvato la memoria di quel posto che erano i suoi momenti occasionali e apparentemente superflui.
Ciò poi era ancor più interessante, una volta che Amerigi ebbe modo di verificarlo, poiché la vita finanziaria e speculativa nell’isola aveva tentato di inglobare tutta quella particolarità lucrando a più riprese, volta per volta, proprio quando ciò era diventato un reperto.
Come sotto quella tenda pareva di stare fino un certo punto dietro una bottega di acconciature, o per lo stesso motivo proseguendo oltre e notando senza interferenze lo svelarsi degli assemblaggi nell’ambiente, così tutto doveva rimanere senza stereotipi come invece si avvertiva lungo le strade che si dipartivano oltre l’osteria da Gipro.
Un paesaggio del genere consente di far respirare gli interstizi quotidiani dei pensieri. C’è sempre un punto di respiro, da qualche parte. C’è soprattutto la consapevolezza di una diversità ancora stratificata e non appiattita, come i sentimenti, come la simpatia e l’antipatia, che nascono dal nulla e restano pur sempre sconosciute. Il rispetto per ciò che non siamo noi.
Anche quell’uomo era convinto che vi fosse un controllo generalizzato a questo riguardo, per cui non era più possibile pensarla diversamente dall’opinione circolante, che, parendo mutevole in ogni sua forma, sembrava anche libera.
Il vecchio catalogava con particolare cura alcune lettere o dei messaggi rinvenuti all’interno di bottiglie. Stava difatti sistemandone uno di questi.
L’incontro che ne seguì con Amerigi fu molto cordiale, sebbene quell’individuo non si esprimesse in alcuna lingua. Comunicarono con pochi gesti e senza timori, come s’intendono due persone che danno l’idea d’intendersi subito.
Più tardi, girandosi, Amerigi riconobbe la carta gialla delle famose lettere di cui si era fatto un’ossessione, per colpa della signora succinta. Si precipitò verso un’altra sedia da barbiere che stava proprio accanto a quella dell’omino, tirò la leva e fu subito davanti alle scaffalature. La carta veniva in fuori da uno degli scompartimenti più bassi.
Il vecchio aveva rinvenuto una di quelle lettere per cui ad un certo punto il fraintendimento era stato svelato. Aveva, grazie al suo metodo d’indagine, rintracciato il mittente per alcune sbavature di rossetto che però non erano visibili senza un’analisi molto accurata, ma essendo del tutto incapace di parlare una lingua comprensibile, quel nome restò sconosciuto. I gesti mostrarono un deciso «No» davanti ad una foto che ad un certo punto gli allungò Amerigi, in cui comparivano Iris e lo stesso Amerigi. A lui bastava così.
Insomma d’un tratto quel mistero si era risolto.
La poesia che aveva scorto con Iris si era comunque già trasformata in un’armonia senza significati, anche se lui non poteva saperlo, per cui, per il resto, era stato possibile far passare qualche tempo e dimenticare l’incastro di cui era caduto vittima.
L’omino, al termine dell’indagine, fece segno ad Amerigi di scrivere il suo cognome su un foglio. Amerigi rispose al gesto scrivendolo di getto senza badare a cosa stava facendo. Il vecchio percorse il deposito sul retro, poi rapidamente tornò con in mano un pacco sigillato molti anni prima.
Amerigi decise di aprirlo nonostante lo sconcerto. Il pacco indicava infatti il nome del fratellastro di Iris.
Questo fratellastro risiedeva in paese adesso, aveva preso a pensare Amerigi. Non aveva idea di questo materiale.
Tranciò il nastro e infilò la mano. Ne estrasse una miriade di appunti, cartoline e missive. Tutte datate come se il fratellastro avesse tentato di spedirle, o forse alla fine aveva semplicemente deciso di gettarle a mare.
Amerigi non sapeva ancora il nome di quell’individuo.
Quando fece gesto l’omino indicò il suo presunto nome segnando con le dita le lancette di un orologio appeso in un angolo. Queste lancette segnavano una serie di numeri, ciascuno dei quali indicava una lettera dell’alfabeto corrispondente. Amerigi lo capì immediatamente e li collegò ottenendo il risultato.
«Trama!» esclamò con un attimo di esitazione. Non sapeva se stesse scherzando, era ancora all’oscuro riguardo come si chiamasse, ma in quel momento il vecchio si era già ritratto in un angolo avvolto dal fumo della sua pipa.
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Il vecchio aveva una barca ancorata in un corso più sicuro degli altri, da cui tutti, Amerigi, Iris, il capitano, la cugina, Sindoito e Randonio avrebbero facilmente potuto mettersi in mare aperto.
Il capitano alla fine rimase anche se non lo decise mai veramente. Continuò a restare senza nessuno, ma con la cugina a fianco.
Da Flora e Sindoito nacque un figlio, Proio, che andò a scuola da un lontano parente di Amerigi, di cui lui però era all’oscuro sul fatto della sua esistenza.
Solo Iris aveva deciso di rimanere nell’isola con Sindoito.
Amerigi era tornato a casa.
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Sulle pareti non c’era appeso niente. Erano spoglie e quasi crude. Non ci appendeva niente, anche se lui stesso si era accorto che ora ci sarebbe stata bene una bella carta da parati colorata, perché tutto era nella sua testa, come la stanza dove dormiva quando era bambino, un’accozzaglia di cose con poco senso solo in apparenza, ma che non avrebbero indicato in ogni caso niente dei suoi affetti e della sua vita tutta aperta verso il fuori. Allora quel dentro era di poco conto se bello o brutto perché non era né lì dentro né lì fuori il suo significato, ma nella vita che è una cosa ancora più grande e fuori di lì.
Quello era solo uno specchio che rimandava a fuori se uno veramente voleva guardarci dentro.
Per questo quasi nessuno capiva niente adesso, tutti presi nell’analizzare tutto con una lente di precisione millimetrica senza pensare alla cosa più importante, cioè proprio quello che veniva fuori da un’osservazione come quella di quella stanza.
Un giorno Amerigi attendeva una lettera da Iris. Il postino era passato. L’aveva sentito con la motoretta ripartire dal vialetto. Andò verso la porta, l’aprì e vide una lettera poggiata sopra lo zerbino. Pensò un momento a Iris quel bel giorno quando trovò il progetto del sestante e del cannocchiale. Non si erano più parlati, tranne quando si erano salutati prima della partenza. Gli umori erano tornati gli stessi di prima senza molti discorsi, e di ciò era profondamente lieto, ma gli avrebbe fatto piacere avere sue notizie anche adesso, così come per gli altri amici lasciati sull’isola, nonostante tutto procedesse bene.
Si mosse subito ad aprire la busta.
Estrasse la lettera e lesse. Fu preso da uno stupore che come per effetto di una scarica elettrica gli sollevò gli zigomi già alti sulla faccia.
Era una lettera di Sindoito.
Gli scriveva dal quartiere Scelsie e gli diceva che la moglie Flora, con cui si era sposato da poco, aspettava un figlio.
Era intenzionato a spostarsi vicino a lui e sembrava molto felice dal tono.
«Vicino» pensò Amerigi. Ciò voleva dire che Sindoito avrebbe lasciato l’isola per tornare in quella terra, nonostante tutto quel suo passato particolare da cui era fuggito. Sposato e per di più con un figlio.
Se questa era una cosa rara, certamente lui in ogni caso non l’aveva mai vista fare a nessuno.
Amerigi era molto confortato.
Passava adesso ore in biblioteca e quando poteva andava a cercare qualche libro di geologia per capirne di più, dato che si era appassionato con le sue ultime avventure.
A lui piaceva una certa libreria molto piccola. Per raggiungerla si doveva arrivare al piazzale del paese, girare a sinistra dentro il vecchio mercato con i banchi in marmo del pesce. Si superavano una serie di bar, un altro giro a sinistra ed ecco una piazzetta affollata la sera da giovani studenti. La sera la libreria era sempre aperta e c’era del chiasso che arrivava dentro dalla piazza, però le dimensioni ridotte e l’accoglienza di quel posto rendevano quel vocio abbastanza sopportabile se non all’udito a una percezione generale dell’ambiente.
In quel luogo di sera Amerigi stava sfogliando i suoi libri perché la morfologia del Faso lo aveva affascinato. Aveva scoperto che in realtà l’isola era un’estensione del paese che correva nelle profondità sotto il mare, residuo di un urto tra placche probabilmente.
D’un tratto scorse su una parete di passaggio tra due piccole ale dell’edificio una foto che lo colpì molto.
Scena presa da dietro.
Dei bambini sono intenti a salire uno scivolo di una piscina, un interno tra palazzine alte e grigie. È una giornata con un cielo che dà sul tono grigio e la luce rimbalza sul bordo piscina bianco rendendola come di plastica industriale. Appena percettibile un fastidio. Hanno costumi colorati con braccioli altrettanto colorati. Insieme i colori dei bambini e quelli intorno creano un insieme vario giocoso di colore nonostante quelli più cupi ma non vistosi sullo sfondo.
Amerigi si commosse profondamente. Gli ricordò la sua infanzia.
Forse anche lui era nato in un tempo già falso. Ma la foto era così bella che lasciava tutto lo spazio a quei bambini di giocare dentro la foto con molta umanità e comprensione.
Pensò a tutti quelli che gli avevano voluto bene, suo padre in primis.
E pensò che quello era tutto quello che si poteva e si doveva dire della vita. Sono quelle persone alle quali i suoi pensieri andavano sempre nonostante lo sfondo cupo pesasse anche in lui. Ai suoi amici che lavoravano come lui con la sua stessa passione per i suoi interessi.
Soprattutto a tutti questi che non venivano mai ricordati da nessuno perché l’affetto non esige contraccambi, bisogno di tornaconti e resoconti penna alla mano. Si dà e basta.
Amerigi voleva chiedere al titolare informazioni su quella foto, ma le sue sensazioni dovevano ancora consolidarsi in quel momento. Andò verso il bancone e semplicemente pagò ed uscì pensoso.
Gli capitò di tornare qualche tempo dopo. Era passato un anno e mezzo. Anno e mezzo molto duro con poche consolazioni, forse neanche una. Aveva molto desiderio di rivedere quella foto. Dunque uscì di casa con molta fretta e apprensione e si diresse alla libreria, ma notò con stupore che la foto era stata rimossa. Lì ebbe occasione di pensare ancora all’affetto, che gratuitamente si dona senza chiedere niente, che se ne va, come quella foto che non rivide più, ma che aveva impressa nella mente, per sempre.
59
Tornavamo da via della Potara.
Non so dove fossimo stati io e mio padre. Giravamo dietro il vecchio ospedale. Ormai bisogna già dire vecchio. Già pronto quell’altro. Già pronti i progetti. Le idee. L’amministrazione. La convinzione pratica delle cose.
Invece il Veneto è una terra aperta anche agli erotismi. Basta andare verso Bassano del Grappa e osservare il cielo veronesiano così pieno di vuoto delle pulsioni, con quei diradamenti rosei dei tramonti tutti particolari immersi nelle vallate.
E poi le montagne a ridosso, dappertutto, dove si respira l’asprezza della terra che però è attaccata a quella ruvidezza e non all’alienazione di lavorare come macchine da industria.
L’idea dell’attaccamento al lavoro che suscita questa terra di toni tersi ma duri, durissimi e rocciosi, non è più attaccata al paesaggio, ma a quei capannoni che si vedono attraversando in macchina per strada questi posti. L’identificazione della parola “lavoro” non è più legata perciò a questa connotazione minerale della natura di questo suo territorio. E così il radicamento non avviene più attraverso questi elementi, bensì attraverso quest’aberrazione data da valori alieni attraverso il guardare il paesaggio con i suoi nuovi elementi del tutto incapaci di assorbire emozioni e proiezioni della persona che vi è immersa dentro. Nuovi elementi, i capannoni, i quali non si attaccano più a niente e che non possono essere trasmessi attraverso questo modo alienato di guardare pur sempre ciò che ha un valore profondo nel lavoro, che è questo valore del paesaggio.
Il senso civico si basa su questo. Non importa il pensare. Bisogna fare. Fatto. È andata così. Non importa nemmeno quel nuovo tipo di cinismo che consiste nel comprare e vendere tutto, questa sua nuova deriva, che è arrivata anche qui sì, ma che secondo me qui rimane legata ancora a quell’arcaicità della terra, nel suo aspetto più gretto.
Sopra, il cielo era azzurro-bianco, le case di bianco granitico qua e là, poi il verde e gli scuri della montagna davano l’impressione a tratti di un Veronese, a tratti di un Palma il Vecchio. Una pastosità tersa ma non imbalsamata, mentre per il Veronese si trattava di più di luce dall’interno delle cose.
Ho sempre pensato che per capire Palma il Vecchio bisogna venire da queste parti.
C’è anche la possibilità di vederne davvero uno al Duomo di Schio. Ma io non ho mai voluto superare l’allarme blindato della stanza in cui è rinchiuso, la fossa con gli alligatori, ecc.
I verdi scuri e gli aranci gemmati non bastavano per dare l’idea di un Bassano. Bisognava trovarsi di fronte a un contrasto perché saltassero fuori, come un albero di cachi, il cui arancio invece vivido dava a tutto un tono più sui verdi. Ecco che saltava fuori Bassano.
Il tempo della vita si era allentato e io e mio padre guardavamo queste cose intorno che crescevano invece con un ritmo sempre uguale.
Ma il ritmo, quello dell’alternanza tra paesaggio, costruzioni e paesaggio per la vista e per il semplice camminare, quello era una cosa che si notava subito. Come in me e in mio padre lì in quel momento era ancora respirante, nonostante tutto. C’era uno spruzzo di case qua e là sull’avviamento del paesaggio montuoso, ma una strada già aveva tagliato l’interno del residuo di campagna, un tempo presente ovunque. Forse era l’ultimo tratto rimasto nei paraggi. Un altro era stato tranciato, forse il più grosso, quello cioè dove andavo spesso a correre, al Braglio, con una sensazione bellissima di avere in pochi minuti alle spalle tutto, tutto il paese e la connessa zona industriale.
Il piccolo residuo di antica campagna invece che parte da via della Potara è tagliato specularmente anche dall’altra parte. Lì gli occhi non dovevano fare nemmeno lo sforzo di girarsi per vedere il declivio con cui si diradavano insieme il monte Summano e tutti i paesi e le città circostanti, che sciamano verso l’altopiano. Una specie di orizzonte spostato ad est della vista risalendo via Caussa.
Bisogna scrivere come di un reperto quasi, ho l’impressione, perché ciò assuma una certa importanza.
Un ritmo di respirazione del paesaggio ha bisogno invece di molte cose che non si possono descrivere e inscatolare, anche solo perché disperse o cancellate. Così i popolani ne hanno spesso l’impressione e tacciono, non per qualunquismo.
Così il ritmo. Questa cellula di base. O come lo si voglia chiamare. Dappertutto e con qualsiasi codice semantico, se le cose sono reali.
Una volta girato l’ospedale ci si trova di fronte appunto questa via, che è tutta dritta, fino all’ultima curva a destra, e lì dietro c’è casa mia.
60
In giardino il prugno selvatico asciuga.
Le lacrime di pioggia se n’erano andate, ma le foglie restavano bagnate.
La luce gli si posò sopra così da farle apparire allo stesso tempo lucide e impiastricciate.
Bruno stava forse lì come stava il mare, dietro a una finestra.
La pioggia era terminata e mi chiedevo se fosse ancora come una volta. Pensavo, la pioggia ha smesso. Qualcosa era finito. Avevo pianto un poco. Piangevo mai io. Ma qualcosa di bello sentivo che veniva avanti. Era così ora?
Non era così pensò.
La verità, la verità prima di tutto.
Cercava in tutte le maniere di allontanarla anche se era sincero e la teneva sempre lì accanto, forse come pochi, o anche nessuno era il caso di dire visti i tempi.
Qualcosa svaniva nell’aria come quella lucentezza delle foglie, ma la lucentezza non se n’era andata e lui, che ne aveva l’idea ma senza alcuna sostanza dentro, se ne accorgerà solo dopo ciò di cui si accorgerà in questo momento.
Sentiva che Bruno era lì ora ma non provò a suonare nessun campanello.
Stette un attimo ad aspettare senza guardare alcunché davanti al portone d’ingresso.
L’aveva trovato, pensò allora.
Cercato dappertutto, senza un dettaglio a cui appigliarsi, non un indizio, un’intuizione come le aveva lui, ora sentiva che era là dietro.
Prese il taccuino, si appuntò nome e indirizzo e fece marcia indietro.
Percorse la strada tra i gelsi e i mandorli in fiore. Superò il saliscendi polveroso dei pioppi e la strada sempre uguale di platani. Poi s’arrestò.
Si era perso. Fece per estrarre di nuovo il taccuino e scrivere sopra “fil rouge” ma si calmò improvvisamente. Sopra quel taccuino, nella pagina che aveva appena finito di rigirare, c’era già una scritta simile, ma non se ne accorse per niente. Si fermò alla vista di una casa tagliata dalla luce perfettamente a metà. Ripose tutto senza guardare.
Si spostò un po’ tenendo la casa come punto di fuga.
Una fila di pioppi da sinistra al centro tracciavano un lato dell’immagine che ora aveva sotto gli occhi. Davanti un prato falciato e a destra un boschetto di querce si addentravano in un parco in discesa.
Ora tutte le immagini che aveva visto erano vere, ma dovette dire di andare a mangiare da qualche parte perché di nuovo s’aprisse uno squarcio.
Lo spazio s’ingrandì e finalmente capì.
Bruno. Quei pochi indizi. La donna. L’amore. La vita. Cercare un senso per quella di adulto.
Era chiaro che Bruno aveva sofferto qualcosa come Mauro il mio amico pensai.
Era così. Aveva dovuto ammettere la verità prima di tutto, prima di poter dire com’erano le cose in realtà.
Le immagini della sua e delle altre vite coincidevano, ma non aveva pensieri e si guardò attorno.
Non c’era nessuno. Il tempo era il tempo di bambini che rientravano da scuola.
Non c’era più chiasso, né di risate, né d’altro, ma la gioia c’era e c’era tutto il resto.
C’era l’innocenza che forse era dolcezza, ma il nome di quella non avrebbe detto niente ora.
Era il tempo che sentiva quando era giovane e tutti erano da qualche parte a fare qualcosa. Ricordò Carla, così segreta con Michele ma senza segreti.
Era il tempo. Ed era lo spazio.
Era a metà. Senza essere sospeso.
Non si può dire che la stagione fosse l’autunno.
Rientrare da scuola in quel momento, essere giovane e bambino in quel tempo.
Aspettare senza pensare di farlo, vedere gli altri occupati.
Una lacrima scese comunque, ma quel vuoto che non riusciva a descrivere se non guardando la realtà, era vuoto di tutto, vuoto di scontentezze e di fili pendenti. Era innamorato.
Lo sentì sentendosi così, guardandosi fuori e dentro.
Gli sarebbe servito per le immagini che avrebbe visto dopo senza poterle scrivere o spiegare.
Era lì che era finito l’amore pensò.
61
Ad Amerigi era parso nell’isola di camminare dentro l’antichità con tutto quel movimento multiforme e quelle regole che affioravano qua e là, ma di cui ancora la gente comune non sapeva bene e nemmeno importava lo sapesse, avendolo già in sé come atteggiamento. Ora passeggiava tra le chiese una domenica mattina e aveva trovato invece il pathos delle religioni monoteiste, quelle che poi, bene o male, dettero però in ogni caso una spinta di sublimazione a tutta l’arte in occidente con quell’attenzione raccolta nel perno della fede nell’amore.
Il suo spirito libero gli permetteva di assumere a sé questo o quell’altro particolare, ma con un fondo di libertà più che greco, o ancora arabo, semplicemente umano.
Trovava in Giorgione, un pittore che a lui piaceva molto grazie alle spiegazioni del fratellastro, anche se più cervellotico di altri, questa commistione nei suoi dipinti molto difficili da decifrare. Semplicemente lui da quel punto di vista ci vedeva l’impossibilità di schiacciare tutti gli elementi in un’unica materia. Alcuni di questi elementi poi non potevano essere slegati dal puro simbolo e basta. Era per lui un incrocio quel periodo di culture ancora esente dal terribile disastro della distruzione dei patrimoni locali e delle commistioni distruttive dei suoi tempi.
Poi ci vedeva in lui la sua maniera di lavorare, molto libera ma molto artigiana, con molto criterio e molto studio e impegno.
Ad Amerigi piaceva la pittura pur essendo un calzolaio e per questo capiva molto il suo amico Carlo, che invece era un pittore vero.
Aveva solo scoperto più in avanti nel tempo invece le sue dimestichezze con i viaggi. Pensava ad Agide. C’era stato qualcosa che stava riprendendo, che continuava ancora. Forse il suo viaggio era fatto così. Si sarebbero uniti adesso dopo così tanti anni.
62
Camminando vedo un signore fermo in piedi con la schiena appoggiata a un palo. Davanti altri due chiacchierano. Sono sul lungomare, davanti alla spiaggia. Chissà se quei due sono lì perché uno è il bagnino. È domenica mattina. C’è il cielo grigio.
L’immagine che mi sono portato via era una porta arancione. Segnava il percorso davanti al bagno. Da lì partivano le file degli sdraio, in quel momento impilati al di là delle dune di sabbia, che d’inverno corrono lungo il litorale proprio a ridosso del mare.
Solo due pali di legno colorati arancio, la porta appunto, la sabbia, il mare e il cielo.
Altri volumi compatti. Altre case minute né troppo grandi né troppo piccole. Si potrebbe farne una foto, ho pensato. E far vedere i colori, lasciar stare scrivere e lasciar stare l’arte. Una foto semplicemente. Senza pretese né alte né basse. Ma quella È arte.
Fine
Ogni città, ogni paese, ogni angolo, ogni luogo ha le sue parole, i suoi segni per farsi spiegare.
Per me ad esempio i confini tra Veneto, Emilia-Romagna e Marche non esistono, se non per alcune differenze sostanziali della vista e della percezione in generale, oltre ad alcune città che possono farsi carico di queste differenze.
Attraversando il Veneto e andando giù in Emilia ad esempio, non v’è alcuna differenza passando per la pianura da Rovigo a Ferrara.
Solo a Ferrara, alcune caratteristiche urbane si aggiungono al paesaggio e ne creano un altro.
Ferrara, città della metafisica nebbiosa, ha la nebbia della pianura che racchiude tutti i colori anche veneti, almeno il basso Veneto.
Ma poi le eleganti mura e il mattone e le pietre medioevali illuminate dalla luce dei lampioni trasformano la nebbia e appunto il complesso della città in un’altra cosa.
Ferrara si fa carico di questa diversità per antonomasia.
A Bologna succede lo stesso camminando la sera, sennonché ciò che colpisce è intanto la sensazione che la città si muti poi in una specie di metropoli e che non resti estatica alla maniera di una provincia, come a Ferrara.
Ma andando ancora più giù si vedrà che una città come Rimini è molto meno sondabile per intero, come un posto vicino al mare Adriatico al nord.
È difficile spostare anche la mente lungo la penisola poiché appunto la geografia è molto centrale nel modo di sentire dove ci si trova.
Il nord è proprio nord, il centro è proprio centro e il sud il sud, per la continuità di alcune cose e la discontinuità di altre.Appunto a Rimini non si ha la sensazione di trovarsi in una meta della grassa villeggiatura e nemmeno in una città romana importantissima e piena di reperti, poiché lo stare tra la campagna e il mare poi crea linee che si intersecano continuamente e che prepara alla visione dell’Italia centrale.
Discontinuità appunto ma anche continuità di compenetrazioni.
Il confine lì a pochi passi con le Marche non crea una suggestione abbastanza forte da lasciar intendere di trovarsi in un altro posto.
Solo un livellamento non legato alla geografia, alla terra, al territorio dimostra che l’italiano è probabilmente addomesticabile come tutto il resto, da questo punto di vista.
Sempre a Bologna, ciò che poi mi piaceva molto era guardare appena arrivata primavera (non a primavera inoltrata) i cornicioni delle case segnate da quella luce.
La luce arriva in quel momento dell’anno solo in questi punti precisi. Non si ha mai un vero punto di fuga della vista orizzontale in questa città, ma quasi sempre solo quando si alza la testa verso l’alto, verso questi punti.
Quelle strisce alte forse danno più respiro alle mie sensazioni che si legano indissolubilmente a una certa maniera di guardare la provincia.
Ricordare a Bologna per me è difficile perché i segni della provincia muovono troppo velocemente e polverizzati nel contesto di quella città. Le case sono alte, l’ombra anche di giorno ovunque e manca un fuoco anche per guardare la gente per strada, schiacciata su primi piani sinestetici come le figure di Amico Aspertini.
Quelle strisce prendono il colore della luce locale, ma dato che poi sono posate su case di cemento sebbene colorato quasi ovunque di giallo e rosso, bene quel non sapere il colore mi fa concentrare forse sulla luce che si posa anche in provincia. Senza un nome da dare, non per ignoranza, per convinzione. Che sono forse una mia modalità del guardare che si è fissata nella mia testa, essendo nato dove sono nato.
Passeggiando a Schio trovo spesso quella luce ferma. Mi piace osservarla anche d’inverno, ma in particolare, appena sta per arrivare la primavera, la aspetto volentieri in un posto. Si deve prendere via Caussa e attraversare un piazzale degli autobus, piazzale Divisione Acqui. A questo punto si segue via Baratto. Lì la luce ha il nome delle persone che sanno quei nomi, di quei colori, persone che conosco ed è una cosa loro in un certo senso.
Io anche se li ho imparati non riesco a descrivere le cose nominando quei colori, quegli alberi.
Preso via capitano Giuseppe Sella si gira a sinistra per via Carducci e arrivati all’incrocio tra via Fusinato, via Mazzini e via Baratto, semplicemente mi piace star lì a guardare quell’immagine.
Sono i primi giorni di primavera e sono lì tra un incrocio di strade.
Mi piacerebbe che quel posto fosse una piazza, perché ne ha tutta l’aria, ha l’aria di incontro.
Ma in realtà è solo un incrocio di strade appunto, con uno slargo quasi casuale davanti a un ingresso di una biblioteca.
Mi piacerebbe che fosse una piazza, ma non è una piazza.
Quel posto un nome non ce l’ha.
Epilogo
Amerigi trovò tornando una donna molto simile ad Iris. Ciò lo rese ulteriormente confuso, ma dopo un po’ entrarono in ottima sintonia.
Ora andava anche a sentire le cerimonie la domenica, ci andava con Setra, perché insieme a lei riusciva a scansare le apparenze dappertutto. Aveva bisogno di una persona come lei e così tornò a ripensare anche quei luoghi, qualsiasi luogo.
Dovremmo trovarlo quindi a pensare alla fine delle sue giornate, delle sue tribolazioni, alla fine dei suoi viaggi, in un posto pieno di sentimenti, di romanticismo si può dire, magari con un bel crepuscolo, anche se per niente scontato. Invece no. In quei posti non c’era traccia di lui.
Amerigi ora pensava a Setra in una giornata qualunque e al loro uguale modo di pensare.
Trovò ancora una volta una strada che spiegava bene questo, perché ciò non si rifletteva nei medesimi aspetti, ma in aspetti comuni di senso, aspetti che oggi molti sedicenti professori dell’umanesimo identificano nella maggior parte dei casi erroneamente solo come incastri psichici.
Amerigi era anche pur sempre uno scienziato. E questo non lo poteva accettare.
Ma il bene del padre e il suo bene erano sì dentro quell’immagine, riflessi in quell’immagine di vita, ma non era quella l’immagine.
Il parente di Amerigi, da cui Proio andava a scuola, era stato anch’esso in viaggio anche se non si era mai spostato fuori dal paese.
Lui, il figlio di Sindoito, non aveva ancora iniziato nessun viaggio.
Erano molto simili quei due. Come quando nasce un’amicizia profonda, non ebbero bisogno di ingraziarsi l’un l’altro, o di presentazioni, se non di un comune spirito di sacrificio condiviso. Nessuno avrebbe detto che quei due avrebbero legato. Il maestro era visto come un uomo strano da molti in città. Tuttavia non avvenne proprio niente di strano per Proio, non assuefatto ancora alle follie di stoltezza senza senso del mondo d’oggi.
Iniziò a battere i primi colpi sul tavolo. Era la sua prima prua. Forse, il ricordo di Amerigi e dei racconti di suo padre lo attraversò un momento, nessuno saprebbe dire.
Finì anche la poppa. Iniziò a colorare una scritta su un fianco. Non si sapeva se avrebbe mai preso il largo. La scritta diceva solo:
vita longa


Egli [Amico Aspertini] è, semmai, come fu Vitale da Bologna, in pieno parallelo agli spiriti del nord, segnatamente ai tedeschi, che del Rinascimento segnano l’antipodo più pronunciato; un Cranach, un Grunewald, che fanno appello a una sorta di “libero esame” umano ed artistico sconosciuto allo spirito sublimalmente gerarchico, “cattolico”, del maturo Rinascimento”
F. Arcangeli, Natura ed espressione nell’arte bolognese-emiliana, 1970.
Personaggi tanto ricchi, i due, da essersi prestati nella storia delle interpretazioni alle più differenti simbologie. Assumendole tutte e al tempo stesso sottraendosi proprio in forza della loro grandezza artistica che finisce per renderli qualcosa di personale ad ogni lettore. Proprio in forza del loro essere vivi, umani, sempre ricchi di dignità tanto nelle disavventure che nella loro incessante e a un certo momento comune queste (la ricerca dell’ideale, per recuperare un termine e un concetto dei romanzi cavallereschi) tra realtà e fantasia, calcolo e illusione, entro una dimensione di cordiale disponibilità alla vita. (…) Come opera che addita la rottura d’un mondo fondato sulle certezze, ordinato e sostenuto da rigorose categorie logiche e concettuali. E che delinea – al modo di quanto in altro campo era toccato al Montaigne degli Essais, ma senza il suo scetticismo – un impensato theatrum mundi che, da qualunque ottica lo si guardi, svela il mondo (oggettivo e soggettivo) quale teatro di apparenze, nel quale gli uomini si muovono insensatamente; disegnando quindi un labirinto di problematicità e di incertezze che invalidano o, quanto meno, mettono in discussione ogni ruolo interpretativo.
(…) Un labirinto, se si vuole, certamente anche amaro e angustioso. Ma che può contare sull’inimitabile palliativo rappresentato da un sorriso carico di comprensione e di umanità.
E. Paccagnini, Introduzione, in M. De Cervantes, Don Chisciotte della Mancia, trad. di F. Carlesi, 1995.
Il punto infatti non è se i ritratti siano stati eseguiti all’aperto, ma quanto ci sia di autobiografico nel porsi come un pittore che dipinge dal vivo, come un pittore conquistato dal naturale.
A. Ottani Cavina, Un paese incantato. Italia dipinta da Thomas Jones a Corot, 2002.
Vivessimo tempi differenti. Fossimo capaci di studi diversi e interdisciplinari.
A memoria di Neri Pozza, autodidatta, mai finito il liceo, uno dei più significativi editori del Novecento in Italia.
Una nozione è dinamica solo se include la propria espansione e approfondimento
P. P. Pasolini, Due modeste proposte per eliminare la criminalità in Italia, in Lettere luterane, 1976.
Anche il minimo atto, in apparenza semplice,
osservatelo con diffidenza! Investigate se
specialmente l’usuale sia necessario.
E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno
Non trovatelo naturale.
Di nulla sia detto: è naturale
In questo tempo di anarchia e di sangue,
di ordinato disordine, di meditato arbitrio,
di umanità disumanata,
così che nulla valga
come cosa immutabile.
B. Brecht, L’eccezione e la regola, 1963.
Nei suoi anni giovanili Delfini ha potuto assistere alla trasformazione della letteratura in facciata culturale borghese. I libri assumono nuovi valori, nuove formule di prestigio: «nella borghesia, massime tra le signore [si] ammettono solo due specie di libri: quelli per pubblico sollazzo (…) e quelli coi quali ci si fa una cultura». La «cultura» diventa un balletto di nomi famosi, con lo «spiritoso vociare di qualche salotto mondano». Fantasia, naturalezza, spregiudicatezza diventano il frutto di «cattive letture».
Il modernismo si diffonde come stile della nuova vita borghese; e tutto tende a trasformarsi in posa, atteggiamento, culto, cliché, stile decorativo. Dietro questa facciata infuria la concorrenza tra gli autori – per lo più miserabili, tranne gli «arrivati» che fanno lega contro «quelli che arrivando potrebbero soppiantarli»; e gli uni e gli altri incarnano le più classiche patologie sociali: «falsità, invidia, piccoli dispetti, camorre, sistemi di massonerie».
Nei Diari del 1930 troviamo un abbozzo di racconto fantascientifico dove il narratore va a trovare l’inventore della Macchina del Tempo, H. G. Wells, chiedendogli di usare la sua macchina per visitare il «tempo dell’ultimo degli scrittori». E una volta sbalzati in quel tempo futuro, vediamo una massa di allegroni col monocolo da società, intenti a far l’occhiolino a donne molto più alte di loro, le quali paiono essere le loro padrone o dominatrici, e non smettono mai di singhiozzare. Queste sono le figure del «nuovo» e rappresentano il pubblico di lettrici borghesi a cui sono consacrati tutti i nuovi libri di successo, al pari dei nuovi modelli di vestiario o di pettinatura. Intanto l’ultimo scrittore è un solitario davanti a un muro bianco sul quale ha scritto Non so. La trasformazione della letteratura si riassume in una scena di donne gigantesche e trionfanti assieme ai loro fessi corteggiatori.
(…) e una congiura del silenzio avvolge l’individuo ancora sensibile a ciò che gli altri non riescono più a sentire, per impotenza o per spirito di gregge.
G. Celati, Introduzione, in A. Delfini, Autore ignoto presenta, 2008.
Incipit
Se si prende la curva che da piazza Almerigo porta al centro del paese ci si accorge che in quel punto la strada fa una curva secca, molto stretta.
Lì davanti si erge il Duomo. Si può avere la stessa visuale andando in macchina
perché in quel punto anche volendo non si può andare che ai venti all’ora.
Il rallentamento fa concentrare la visione in quel pozzo di luce che si crea davanti per terra anche col sole non completamente alto.
Qualsiasi luce sia d’estate o d’inverno quella è una luce che come densità rimanda subito all’aria tersa di montagna. Sono colori luminosi e opachi insieme, non sono mai appiattiti come una luce emiliana, che si staglia invece tutta piatta e uniforme. In quel caso allora prende importanza il colore per tracciare delle differenze. Lì no. La luce dà il volume alle cose, ma non rimanda mai completamente a se stessa, cioè alla luce.
Quel pozzo di luce ora è lì perché scivola sulla scacchiera di porfido recente e soprattutto perché il taglio che si ha entrando da quella curva è molto bello e aperto.
Si ha la sensazione di entrare in uno spazio non molto grande ma ribassato nel punto in cui si chiude la visuale all’orizzonte. Come se scivolasse via là dietro, continua a persistere anche andando verso la stazione. È una bella immagine spaziosa, specialmente come sensazione ma non solo.
Ho pensato una volta, mio papà è così.
Viale Orazio
Ci arrivai una sera in bicicletta. Non ricordo la stagione. Nemmeno il tempo. So solo che era sera. Dove andavo? Ci sbucai da non so quale parte, ma quando fui lì mi si manifestò subito una gradevole sorpresa. Le case che attraversavo erano normali case d’abitazione che avevo sempre visto. Quello che mi riportava la memoria indietro erano soprattutto quei poggioli non molto alti, forse neanche appena un metro e mezzo, che si sporgevano sui giardini stretti davanti. Dietro, piantato, un platano e poco più.
Ricordo che da ragazzino giocavo in mezzo a case del genere. Una festa di compleanno, lezione a casa di amici.
Guardando un condominio non molto alto dietro casa mia, mi posso accorgere che la sensazione con cui guardo è la stessa. La mia mente e tutto me stesso si attacca sopra quella visione di quel condominio col sole alto d’estate o d’inverno. Un angolo divide una metà in penombra dall’altra appena sotto il cornicione, con il resto esposto alla luce.
È geometria pura adesso. Una massa data solo da luce e spazio, ma anche da massa fisica propria presente. La geometria non è solo se stessa. Prende un senso vivo. Che importa come.
Sono volumi netti. Netti non di bene o di male, ma netti come sensazioni. Mi bastava.
E lì dietro c’è ancora tutto.
Vita longa
1
A metà aprile le magnolie erano già fiorite in via Raspelli. Non molto lontano, al di là del breve passo che separa i due tronchi della città, Franco scendeva a piedi la strada bagnata. Era un giorno molto insolito per lui. Brevi folate di vento mescolate all’umidità e a un cielo terso di passaggio tra due stagioni davano la sensazione di trovarsi di fronte a uno spazio inaspettato, non calcolato seppur desiderato con la mente. Scendendo senza bicicletta Franco aveva così deciso il corso di quella giornata almeno in parte: svegliarsi lo stesso e passare le ore di svago seguendo il ritmo di una giornata di lavoro. Durante la settimana Amerigi, così lo chiamavano gli amici, faceva di mestiere il calzolaio ma il suo laboratorio conviveva anche con spazi dedicati ad altre riparazioni cosicché in città si era fatto un certo nome senza essere per questo soggetto ad attenzioni particolari riguardo la sua persona e la sua sfera privata. Di lui si sapeva solo che era vedovo e che aveva voluto un gran bene alla moglie pur non dimostrandolo sempre nella maniera giusta. Ogni tanto il pensiero cadeva su di lei ma non con l’amarezza montata sopra dei sentimenti che oggi accompagnano i pensieri di quel triste paese in conflitto. Lei ripeteva sempre al marito: «Tu hai i miei occhi». Ed è per questa ragione che Franco, arrivato ora in prossimità del corso del fiume Aspre, aveva avuto l’idea di fabbricarsi un’imbarcazione versatile e leggera per poter visitare posti per la moglie e assieme a lei. La sua abile manualità, conseguita comunque con anni di lavoro duro e non osservato da essere alcuno, gli aveva consentito di pensare subito a delle forcelle di recupero da alcuni vecchi attrezzi agricoli. Per strada lo innervosì solo per un istante il ricordarsi di essersi costruito tante cose senza l’aiuto almeno affettivo di nessuno. E contemporaneamente la presenza in città di persone che vagheggiavano una qualche utilità sempre esposta in ogni caso al consenso di qualcuno. L’età, pensava Franco, porta con sé la considerazione di alzarsi le maniche senza nessuno ma anche senza troppo rancore. Lo aveva visto dai vecchi che ancora venivano su dalla terra nuda. La presa sulle spalle è molto difficile e viene fatta con pazienza. Lui era dovuto ripartire diverse volte da capo anche affettivamente. L’amore conduce tutto, ne era convinto, ma aveva avuto anche lui momenti duri. Tutto è staccato da un peso che non è dato da questo e tutto il resto era la città con le sue inutili nevrosi che si mescolavano a momenti di perdita di lucidità della fase di adulto. «Vogliono tutti ammattirci e farci staccare da noi stessi, politici, professori». Era vero e lo pensava ma pensava anche alla gente onesta. I pensieri si diradavano ora, con maggiore lucidità da parte sua di anziano abbastanza consapevole della vita. Tuttavia non erano quei pensieri che scacciavano quelli cattivi, ma il pensiero della moglie. L’unico che lo staccasse da tutto. Per il suo amico Carlo, pensava, era forse il ricordo di quel grand’uomo che era stato Antonio. Ma era lo stesso. Era l’amore, la passione, la vita senza maschere anche dentro i paradossi. Per lui era la moglie. Tutto qui. Lo innervosì dunque quel ricordarsi di aver fatto tante cose senza l’aiuto di nessuno ma poi pensò a lei. Alle persone che ti vogliono bene senza niente.
2
Avevo visto per strada, pensava, un sacco di cose, un sacco di particolari insignificanti per i più. Quei particolari insignificanti non sarebbero mai andati dentro un quadro omogeneo nella mente di qualcuno se spinto, condizionato a guardarli. Quei particolari, il filo metallico di una rete di un giardino, il metallo fuso per una pensilina, la rosa che si rampicava tra due confini di case, tutto non sarebbe mai andato bene per una visione sforzata d’insieme. Intanto Franco pensava a quei pezzi per la barca. Quei particolari qua e là gli ricordavano i particolari di alcuni piccoli quadri di vedute che ammirava molto. Ci riconosceva i suoi ingranaggi lì dentro sparsi che solo lui avrebbe rimontato. Infatti pensava: «Con una tela più grande quei punti microscopici fanno cascare tutto l’equilibrio, mentre in dimensioni ridotte sono granelli che tengono su un equilibro sottilissimo».
Così anche quando qualcosa è un po’ stonata in un piccolo quadro le dimensioni non fanno perdere niente della trama generale. Bastano quei due tre interventi. Il ragionamento però dovrebbe essere il medesimo anche su larga scala, pensò, come ora infatti andava ragionando. Trovare per ogni cosa la propria giusta melodia. Larga scala, ma smontabile. La prua e l’albero. Era un bel mettersi alla prova.
Ora Franco aveva in mente solo di costruire quell’imbarcazione leggera e smontabile. Ci mise del tempo per trovare i pezzi. La prua la trovò smontando un’impalcatura pericolante dalla casa della madre. Per salire fino a lì la strada era abbastanza comoda. Dove partiva il corso del fiume, là dietro una curva secca dopo il ponte e il selciato continuavano in linea retta con una staccionata. Si passava una torbiera sulla destra e la casa si apriva dietro quella curva. La casa di Antonio, procedendo a ritroso dopo la strada di magnolie, seguiva le sue camminate come in quei giorni dal fiume oltre il dosso che spaccava la parte alta e bassa della città per un paio di chilometri. Lì abitava anche Franco.
Dietro il cortile il suo laboratorio era invaso di oggetti apparentemente disposti casualmente. Molti di essi erano solo attrezzi. Tuttavia una bella e antica sensazione pervadeva l’ambiente, nonostante gli utensili fossero abbastanza nuovi. Li aveva dovuti ricomprare quasi tutti dopo l’incendio dell’estate precedente. In mezzo erano sistemate anche la prua rifusa e riverniciata con l’impregnante e alcuni disegni preparatori per una lancia, ma aveva in mente qualcosa più a metà tra una barca a vela e un fuoribordo.
3
Ai primi di maggio si udì la porticina che conduceva al laboratorio emettere uno strano gemito. Franco stava lavorando di buona lena. Si girò improvvisamente attirato da quel rumore inconsueto. Sentì il vento spirare muovendo dolcemente quella porta. Il contrasto tra quel movimento delicato e il rumore stridulo di anziana arteriosclerotica che ne uscì mise il sorriso in faccia a Franco che continuò imperturbato subito dopo nelle sue operazioni. Stava scaldando un bel vetro con venature cobalto per lavorarlo ed ottenerne la parte anteriore del suo progetto.
La casa dove abitava non esisteva quasi più per lui. Tutte le sue attenzioni e i suoi ricordi erano dentro quel laboratorio. Tra il disordine poteva ancora scorgere tracce dell’affetto delle persone per la sua operosità. Superata una porta su un lato della casa si accedeva ad una pensilina abbastanza lunga da superare il cortile sul retro e far accedere alla porta del laboratorio. Quest’ultimo aveva una planimetria e un prospetto indefinibili: c’erano angoli smussati ovunque, parti costruite successivamente e parti semiabbandonate. Tuttavia si aveva l’impressione di qualcosa dall’aria dignitosa e da guardare con trasporto e rispetto, anche se non ben riconoscibili erano tutti quegli strumenti e quegli scarti buttati in ogni angolo. La sensazione si consolidava e si arricchiva di sentimenti di percezione di un passato che aveva ancora seguito la storia seppur senza indicarlo in nessun modo. Questo era dato dall’acero a fianco del capanno da cui partiva anche un muretto di cinta che seguiva il filare di qualche nocciolo. Al di là del muro svettava un magnifico carpine con qualche colore di prugno in fiore che andava diradandosi.
La porta per il vento era rimasta aperta a quel punto, quando due zoccoli di donna un po’ consunti con un bel disegno floreale su un lato, poco dopo attraversarono il camminamento di morsetti, pinze, chiavi e viti d’ogni sorta.
Franco non si era accorto di niente. Iniziò a sentire che qualcosa si muoveva solo da un riflesso arancio su una sega da carpentiere appesa alla sua destra, che ad un certo punto prese a brillare. Fu in quel momento che si voltò.
4
La piccola figura avanzò e fece per togliersi il berretto dal capo. Fu solo allora che Franco mise a fuoco quella persona. Dietro la mantellina color arancio si fece avanti una donna di media statura dall’aspetto buffo e un po’ tetro per via del leggero trucco scuro, ma che subito riconobbe come gradevole.
«Avevate fretta eh» disse.
«Di solito non lavoro così».
«Avete qualche scadenza in vista?»
«Veramente…» rispose Franco, ma a quel punto lei lo interruppe di nuovo.
«Mi riferivo a quello» fece lei, facendo incespicare sulle parole il calzolaio per poi riportarlo alla tranquillità più assoluta, maggiore ancora di quando stava terminando le saldature poco prima. Da quei pochi tratti forse aveva già capito un po’ quella donna.
«Quei tulipani in giardino andrebbero ripiantati» interruppe ancora sapendo questa volta dagli occhi di Franco di non dar fastidio.
«Quest’anno non ho ancora ben capito» rispose lui.
«È tutto fiorito in anticipo, ma ho già tagliato gli steli per la primavera».
La donna restò per un momento perplessa. Poi accennò ad un sorriso.
«Avevate bisogno di qualcosa in generale?»
Franco era abituato alle visite in laboratorio. Queste avvenivano con buona frequenza. Il fatto che non fossero mai troppo eccessive gli aveva fatto pensare di lasciare la porta aperta così com’era.
«Non sono mai entrata qui».
Seguì un breve silenzio.
«Come vi chiamate?»
«Angela».
«Bel nome. Io sono Franco».
«Che cosa state fabbricando?»
«Un timone, se riesco».
«Avete intenzione di andarvene?»
«Mi piacerebbe».
«Ma per sempre?»
«Avrei un’idea…».
Franco si voltò quasi sul punto di una confessione riservata e discreta, ma adesso Angela era già distratta.
5
La donna era abbastanza minuta al contrario di Franco, slanciato e robusto, con una barba già brizzolata. A vederli insieme forse li si sarebbe potuti scambiare per padre e figlia, con in più il fatto che Franco sarebbe risultato molto più giovane di lei con un bel vestito nero e i capelli sistemati all’indietro. Messi uno accanto all’altra sembravano davvero bizzarri, almeno solo in quanto ad accostamento. Ognuno portava in sé tutti i requisiti per muovere una simpatia o una risata liberatoria, ma poi la cosa si fermava sul piano della normalità sempre, sul suo piano più bello e gradevole.
L’idea di Amerigi era quella di una traversata del Tirreno in direzione delle coste del Faso. L’arcipelago non era molto distante dalle coste di Volterra cosicché lì avrebbe potuto decidere se sostare o fare base per poi ripartire. C’era dell’ottimo legno di faggio aveva sentito dire. Ciò coincideva con le sue preoccupazioni su eventuali pezzi di ricambio.
La donna intanto se n’era andata dopo aver fiutato angolo dopo angolo tutto il laboratorio ed averlo registrato nella mente. Non si udì niente a parte un saluto educato prima di uscire. Nemmeno di questo si accorse Amerigi.
Gli ultimi giorni dei preparativi furono frenetici. Era ormai già maggio inoltrato, la prua era perfettamente saldata a forma di piramide irregolare sul rivestimento dello scafo. Sopra al fasciame e a una piccola cabina si trovavano una sottile randa e una boma smontabili, cosicché in caso si sarebbe potuto veleggiare. In fondo, dall’altra estremità, il cassero terminava su un’apertura in cui era installato il motore di un gommone alleggerito e cinto da una membrana removibile che andava a formare la poppa. Ai fianchi sugli scalmi erano poggiati su superficie concava anche un paio di remi.
Franco stava ora lavorando su alcuni filtri di pompaggio dell’acqua, quando si rese conto di aver bisogno di una figura in più su cui appoggiarsi che ne sapesse quanto lui in caso di problemi alle parti meccaniche. Aveva insomma bisogno di un mozzo. Fu in quel momento che la sua mente iniziò a vacillare. Non era un problema da poco.
6
João era stato il maestro di carpenteria di Franco, uno tra i tanti da cui aveva imparato, sicuramente l’uomo più strano che fino a quel momento avesse conosciuto. Fu a lui che pensò dopo qualche esitazione. Avere João a bordo corrispondeva ad avere un problema non di gestione complessiva, si fidava abbastanza di lui e delle sue capacità, ma di controllo sui suoi sbalzi umorali ed eccessi. Era infatti perennemente in preda ad accessi d’ira. Per una ragione non ben definita sembrava più giovane di lui. Anche con quei due enormi baffi bianchi arruffati, come del resto per quei pochi capelli spiantati che si ritrovava sulla nuca. Forse ciò era dato dalla sua corporatura.
Decise che era l’unico uomo a cui poteva affidarsi in ogni caso, rimpiangendo così un po’ sommessamente la solitudine felice che aveva contemplato e immaginato di poter trovare.
A questo punto Amerigi mollò le bussole e le carte di navigazione che aveva per le mani, si discostò dal tavolo con i bozzetti che stava revisionando e scattò verso l’ingresso di casa per precipitarsi da João.
Non lo sentiva oramai da qualche anno. Anche questa incognita lo preoccupava. Non sapeva se l’avrebbe rivisto davvero.
7
Strada facendo Franco, preso nella concitazione della partenza, stava pensando tra le altre cose al carattere di João. Si ricordò in particolare di un suo vecchio zio che gli somigliava.
Ricordo delle discussioni:
Franco: «Abbasso il potere temporale dei chierici. Tutti in una fossa assieme ai nostri politici».
Nessuna risposta
Zio Craco: «Un orso si aggira sulle nostre montagne».
Un anno dopo
Franco: «Bisogna fare qualcosa».
Nessuna risposta
Passarono due mesi.
Riformato il nuovo governo
Franco: Nessuna risposta.
Craco: «Accidenti a loro. Mollarli su un binario cieco e smaltarli tutti contro un muro quei bistecconi».
L’orso arriva in città
Mese successivo.
Craco: «Basta al muro tutti anche i chierici lazzaroni».
Suo fratello, che tornava proprio in quel momento da una funzione religiosa: «Abbasso il potere politico dei chierici. Tutti in una fossa assieme ai politici».
Una settimana dopo
Craco: «Bisogna dare un segnale, la gente è stufa, ha paura di parlare».
Qualche tempo dopo (un giorno dopo)
Treno merci si schianta
Finisce la corsa dell’orso
Testa mancante per entrambi
Suo zio aveva molto in comune con João.
8
Di pomeriggio il sole già picchiava sulle teste dei passanti.
Amerigi uscì di casa prendendo l’imbocco del vialetto laterale per uscire poi sulla strada principale. Salutò la signora Silva, la proprietaria della piccola pelletteria oltre la farmacia e si andò ad infilare prima dell’inizio del camminamento sul lungo dosso entrando direttamente nel cortile della casa di João.
Dalla strada aveva sentito un frastuono provenire da quelle parti, ma non era del tutto sicuro.
Più avanti l’impressione di consolidò.
Dal giardino infatti si poteva sentire un uomo di mezza età cantare gracchiando un pezzo molto romantico alla maniera di Juliette Greco. Amerigi non riuscì ad afferrarne il titolo.
A quel punto aprì la porta deciso. Aveva voglia di tagliar corto.
«Non credevo di trovarti qui» disse Amerigi.
«Le troverai mio amor la sera» intonò l’uomo davanti a lui facendo finta di non accorgersi minimamente che la persona entrata fosse quel suo amico.
Franco si accorse che qualcosa usciva dalla bocca del carpentiere.
«Ciucio aposto baby?»
«Parla español?»
La voce era catatonica.
João il maestro estrasse una lamella di legno che teneva poggiata sul labbro. Borbottò qualcosa tra sé. La voce era molto ben impastata, cosa che poteva indurre a pensare con sufficiente esattezza a una gran quantità di vino ingurgitata dal nostro.
«Questo mi servirà per passare la frontiera».
«Senti capitano, ma mi riconosci ancora o no?» scherzò adesso Amerigi non sapendo ancora se aveva capito, nonostante quella confidenzialità scattata subito.
«Certo che ti riconosco. Metti la mano qui».
Indicava con chiarezza i segni che portava sul braccio. Erano segni eroici che il capitano, così si faceva chiamare João, si era procurato tentando di solcare i mari al di sotto dell’arcipelago del Faso.
Amerigi ci pensò su per un istante. Quel segno in particolare, il morso del barracuda, quello non contava niente con la loro storia personale, perciò restò abbastanza disorientato.
«Ho un occhio nuovissimo sai» disse il capitano ammiccando sempre più.
Fece a quel punto girare un’ancia posizionata a ridosso delle tempie: la pupilla sinistra si girò del tutto dentro l’orbita e un’altra pupilla, quella vera stavolta, fece la sua comparsa.
«Aaah!» ci fu subito un grido stridulo del capitano: «Maledetti te e i tuoi taschini anteriori. Ti avevo scambiato per Iris».
«Iris?» chiese Amerigi.
«Iris, quel bel fiore selvatico che è arrivato in paese non l’hai vista?».
A quel punto risero tutti e due abbandonando per un istante la conversazione e abbracciandosi.
Il capitano salutò così: baciamano per rispetto ossequioso, nei confronti di una persona di cui aveva stima infinita, ma che mai per un motivo o per l’altro non dipendente da loro due era riuscito ad avvicinare con costanza. Erano anche molto diversi caratterialmente ma questo non toglieva nulla.
Normalmente si sarebbe detto: quei due si stanno antipatici e così non era. Era bello per quello.
9
Aveva creduto di non trovarlo più. E invece era sempre là dov’era stato il capitano.
«Come vanno gli affari? Intendo i tuoi affari». Sorrisero entrambi.
«Brevetto chincaglieria come questa vedi, che allocchi del governo comprano rivendendo al netto. Ma il fatto è che ne ho bisogno io per circolare ancora senza che mi possano fermare».
Girandosi sulla destra estrasse da un’anta un vecchio sassofono, al cui interno alcuni tubi sapientemente nascosti erano collegati all’imboccatura. Questi tubi passavano nel fusto terminando in delle sacche ripiene d’alcool.
«Con un sol # ho dell’ottima tequila vedi».
Suonò a quel punto a gran velocità l’attacco di Scrapple from the apple, un ingarbugliato solfeggio con molte note, rischiando subito di schiantarsi sul pavimento per lo stordimento procuratogli dalle risacche.
«Non ho niente da offrirti purtroppo».
«Ti devo parlare di una cosa seria» disse Amerigi.
«Cosa seria?» chiese il capitano.
«Se non fosse per queste diavolerie qui c’è da ammattire mio caro. Diavolerie senili ecco tutto. Ah!».
Amerigi intonò un la minore.
Poi si mise a sedere.
10
Il posto era accogliente nonostante anche il suo vecchio maestro ammassasse grandi quantità di svariati materiali come scorte per sé e per i suoi lavori.
Ormai in paese si doveva recuperare tutto e arrangiarsi per restare a passare degli inverni molto rigidi senza alcuna assistenza. I mezzi a disposizione erano pochi, più scarsi che in passato dato che molti se ne erano andati.
«Devo raggiungere l’arcipelago» disse Amerigi.
Il capitano sputò improvvisamente ciò che stava ingurgitando di buona lena.
«Ancora con queste faccende! Mio caro sono tutti passati per l’arcipelago. Hai avuto una dico una cartolina da qualcuno in tutti questi anni?».
«Siamo rimasti solo noi ormai, è vero, ma io non mi riferisco a quella gente quando te lo dico».
Il capitano ci pensò un po’ su. Solo in questi casi e pochissimi altri si poteva vederlo aggrottare le ciglia e diventare manifestamente credibile. Aveva capito al volo. La cosa allietò molto Amerigi, che non lo diede a vedere. Si trattava della donna che aveva amato João.
Anche lei era partita e come la moglie di Amerigi, morta in altre circostanze, non aveva mai fatto ritorno. Entrambi nutrivano un rispetto sacro per questo genere di cose, anche se le loro vicende rimanevano molto diverse. Ci pensò su. Poi, con gesto roteante della mano prese a gesticolare come a voler dire ecco hanno bisogno di me un’altra volta. Ecco che casca l’asino. Gran daffare per mettersi il vestito buono. Più niente. Ci tocca di nuovo. Guai a chi alza un dito. Silenzio e mosca… Caval donato… Una rondine non fa primavera…
Amerigi se ne andò lasciandolo nel suo sproloquio. Aveva capito che sarebbe venuto. Ora se la prendeva anche con lui, ma questo ormai non lo preoccupava più. Con gli anni aveva imparato a farsi la pelle su questo genere di cose.
Rifece la stessa identica strada, girò il vialetto, ma stavolta trovò che qualcosa era cambiato. Davanti alla porta di casa, sopra lo zerbino, qualcuno aveva poggiato a terra lo stampo per il sestante e il cannocchiale che Amerigi aveva cercato per giorni.
11
Chi poteva essere stato? Questo non fu il primo pensiero che gli passò per la testa. Fra sé e sé sapeva che l’unica persona che gli avrebbe potuto vendere un buon cannocchiale era probabilmente Jean-Paul, il francese che un tempo gestiva un importante punto di ritrovo per i compaesani, il Rosa Rosa.
Al Rosa Rosa si poteva trovare di tutto, meglio che da un rigattiere. Jean-Paul era un uomo splendido, alto e brillante nei modi. Un uomo d’altri tempi che non perdeva mai la calma, dallo charme unico. La sua costanza stava nell’avere sempre lo stesso stile, lo stesso modo di fare e trattare con la gente, non con freddezza ma con autorità e controllo. Il problema era che il Rosa Rosa ora stava cadendo a pezzi. Jean-Paul era morto e perfino l’insegna non esisteva più.
Solo a questo punto Amerigi poté chiedersi chi mai fosse stato. Aprì la porta di casa. Tutto era in ordine. Abbandonò ogni pensiero e si lasciò sprofondare sul lungo divano in un profondo sonno. Ormai da anziano quale stava diventando, lasciava cadere anche questi complessi interrogativi. Del resto aveva conosciuto troppe persone per mettersi ora lì a ripensarle con lucidità una ad una.
Per giorni Amerigi lavorò per portare a termine la costruzione del sestante e del cannocchiale. Tuttavia l’aria di quel mistero aleggiò nella sua mente nel momento in cui si trovò a dover decidere il nome per la barca. Non ci pensò due volte e la rinominò Rosa Rosa. Più tardi quel giorno, dopo aver dipinto il nome su un fianco della poppa, decise di far sistemare l’imbarcazione direttamente al porto, cosicché fosse visibile per qualche altro giorno, così sperava, al misterioso donatore.
Tutto era pronto e quel pomeriggio il sole dava l’impressione di accogliere bene tra i fianchi delle colline quella partenza. La luce si stagliava alta, nessun’ombra arrivava alla vista guardando l’insenatura del porto, cosicché si sarebbe potuto vedere anche il più lontano e timido camoscio passare a chilometri da lì attraverso la boscaglia fitta.
12
Il clima era ancora temperato nella regione in cui si trovavano. Così anche in prossimità del Faso. Amerigi, tuttavia, non avrebbe giurato che non ci sarebbe stato da battere i denti per il freddo. Le correnti giocavano brutti scherzi in quella zona di mare. Così decise di inserire tra i pochi bagagli qualche lunga coperta di lana molto pesante. Aveva preso anche lezioni di cucito da una sua zia cosicché sul momento avrebbe potuto utilizzare dei sacchi di nylon e cucirli insieme a vecchie coperte in caso di burrasche prolungate.
Non tutti i lavori manuali si somigliano tra loro. Il lavoro di fabbro, quello di idraulico, così come quello di Amerigi hanno in comune il fatto di non essere più recepiti da nessuno. Non hanno nessuna codificazione, se non quando uno si trova lì a fare questo mestiere. E nessuna condivisione in società nel pubblico interesse.
Ma poi, in più, c’è il fatto che questi sono anche molto diversi l’uno dall’altro e ognuno a seconda delle persone che lo svolgono.
Così Amerigi svolgeva sì tutti quei lavori, ma trovava un filo logico, seppur non pensandolo del tutto, tra quelle sue particolari materie. Suo nonno era stato un ottimo sarto e nonostante anche lui se la cavasse sentiva in cuor suo più un legame con l’atteggiamento di precisione, pazienza e manualità sciolta da sforzi eccessivi e rapidi, comunque pazienti a modo loro. Così questo si trasmetteva in altri campi ma sempre con la stessa parallela attenzione.
Il lavoro era per lui una questione di manualità in questi termini, diversi e legati allo stesso tempo da altri simili, ad esempio quello di un fabbro.
Alle sei e cinquanta antimeridiane del ventuno maggio Amerigi stava guardando bene il calendario e l’ora soprattutto per concentrarsi. Il vecchio calzolaio sarto carpentiere si accingeva a mettere piede fuori dalla porta di casa una volta per sempre, così com’era nelle sue intenzioni. Osservò quasi fosse stata la prima volta il pavimento, ispezionò la mobilia e infine salutò.
13
Siamo ora in prossimità della darsena che porta all’insenatura sul porto.
Amerigi ha camminato svelto.
Dov’è João? Amerigi puntò in direzione della sua imbarcazione. João doveva esserci arrivato per primo. Lo scorse con la punta del suo sguardo accorgendosi della sua presenza da lontano da un granello di luce proveniente dalla cabina.
Probabilmente era già lì da alcuni giorni.
«Allora capitano, ti piace?»
«Gran bel pezzo di…». Andarono avanti così un po’ a parlare di quella barca. Si divertivano ad atteggiarsi come due buttati fuori dal mondo, anche se al di là di questa ironia avvertivano di poterlo essere davvero.
Tuttavia qualcosa non quadrava istintivamente ad Amerigi, che nel frattempo era ancora voltato dentro la cabina a sistemare le ultime cose portate da casa. La voce gli sembrava quella del capitano, ma aveva ormai sviluppato una sensibilità molto accentuata verso i materiali per non badare a un certo fischio. Subito gli ricordò un suono ligneo brillante e profondo.
Nessuno, né la polizia di frontiera né le persone comuni, era più in grado di distinguere un suono dall’altro così come per tutto il resto. Quel fischio, che sottolineava la pronuncia, poteva indurre a pensare a uno sberleffo da parte del capitano verso tempi andati in malora, ma anche a un suo particolare motivo d’orgoglio.
Sulle prime pensò al legno di palissandro, poi si ricordò di striscio della lamella in bocca al capitano, dello stesso materiale. Tutto avvenne molto rapidamente e così anche il suo voltarsi tra la meraviglia e la sensazione di uno smarrimento allucinato.
«Buongiorno signor capitano».
Era sbigottito Amerigi. Voltandosi aveva trovato con la coda dell’occhio il capitano steso a dormire su una branda con in grembo il suo sassofono. Lì davanti a lui invece c’era una persona che non si aspettava minimamente di vedere e che a malapena ricordava. Si trattava di Angela, la Iris del capitano.
«Veramente il capitano sarebbe lui, quel cadavere».
«D’accordo signor Amerigi».
«Amerigi?» pensò. Nessuno conosceva quel nome al di fuori di una cerchia stretta di amici e di compaesani della sua età.
Seguì un accenno di sorriso da parte di Iris.
«Che cosa ci fai qui?» chiese Franco.
«Ho visto il vostro scafo. Era molto ben fatto e ho pensato di aiutarvi. Nella stanza mancava un disegno di un cannocchiale, non vi siete accorti?» rispose Iris aumentando ancor più la confusione dentro la testa del povero Amerigi, che nel frattempo non si era ancora ripreso dallo stupore.
14
Iris era rimasta orfana a sette anni. Era arrivata da una città vicina. Conosceva bene, e aveva nel sangue, le movenze, gli atteggiamenti, i difetti, i pregi più invisibili degli abitanti del paese in cui si era insediata ancora da piccola.
«Senti, vuoi dirmi che quel disegno sulla porta, quello l’hai messo tu?».
Iris si era già voltata. Prese una coperta dalla valigia di cuoio ancora aperta che Franco aveva poggiato poco prima vicino al tavolo con le carte nautiche.
«Quando si parte?» chiese.
Iris collegava fatti che non erano affatto collegati. Questa era una sua particolarità. La sua era pura curiosità, così come aveva notato quel disegno quando ci si era trovata davanti. Quella curiosità un po’ assurda e appassionata legava però bene le personalità di Franco e Angela. Non aveva idea che mancasse tra le carte un disegno simile. Per questo, tali fatti scollegati disorientavano Amerigi, seppur non ne fosse minimamente turbato. Anzi lo faceva sentire sereno quel modo di sorprenderlo.
«Dove hai trovato quelle carte?».
«I miei fratellastri conoscono un rigattiere ma io ne diffido. Quello che c’è adesso in paese ha tutto ma non è per niente piacevole entrare in quel posto. Nessuno supererà mai la Rosa Rosa».
Ecco di nuovo sbigottito Franco.
«Non è solo un luogo legato alla mia infanzia qui. Forse tu mi puoi capire. Mi capisci?»
Capiva sul serio adesso Amerigi.
Per lui quella ragazza era già arruolata a bordo, se solo avesse voluto partire, ma sapeva che era giovane e così non era.
Erano anni, decine di anni che non sentiva un discorso simile. Era quasi commosso con poche parole. Iris lo notò ma non riuscì bene ad afferrare tutto questo sul momento.
Amerigi, da parte sua era ora improvvisamente contento di avere quella persona accanto. Chiese, in leggero contrasto con i suoi principi ferrei: «Hai intenzione di restare in questo posto?»
«Perché?» fece lei.
Franco pensò di aver passato un limite ragionevole.
«No…no. È che io sto per partire. Un mio desiderio che si avvera dopo molto tempo. Solo, come posso ringraziarti del regalo?».
«Perché?» fece di nuovo Iris: «Non si parte più?».
A quel punto Amerigi stabilì un’interrogazione serrata. Si sedettero dove trovarono spazio e iniziarono a parlare. Non doveva preoccuparsi dell’ora o del capitano. Ciò metteva la giusta tranquillità a Franco per poter discutere, seppur così in maniera non prevista.
«Da dove vieni?»
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«Ho ventidue anni e ho appena finito le scuole di addestramento. Non sono servite a niente…».
«Non sai davvero quello che dici. Ti porto con noi solo per l’estate. Se lo riterrò opportuno al termine ti riporterò ad imbarcarti».
Iris storse il naso ma sapeva che in fondo era una decisione saggia alla quale anche lei era arrivata, ma che abbisognava di una conferma in qualcun altro.
Verso metà mattinata quella strana imbarcazione prese il largo. Iris indossava i soliti zoccoli con disegno floreale e una mantellina arancione sopra un vestito di fiori ricamati a quadri. Il capitano un lungo cappotto rivestito di ovatta impermeabile giallo. Sotto indossava un panciotto e dei pantaloni verdi. Il giallo e il verde poi andavano ad unirsi come impressione generale ai suoi lunghi baffi bianchi, che però per uno strano motivo lo facevano sembrare giovanissimo. Parevano attaccati artificialmente. Amerigi portava un poncho a scacchi da cui fuoriuscivano dei pantaloni neri consunti che terminavano molto più in alto delle caviglie. Ai piedi apposite scarpe fatte da lui erano ricoperte esternamente con un rivestimento preso da stivali da pesca dalla linea molto elegante a modo loro.
Tutto procedette bene il primo giorno. Iris leggeva molto e apparecchiava qualche brodo ricostituente per il capitano. Amerigi restava molto autonomo in tutte le cose che faceva, ma nonostante questo discuteva animatamente con tutti e due partecipando in ogni occasione con disponibilità.
L’intesa tra tutti era speciale.
16
Ci furono tre giorni consecutivi di burrasca e cielo coperto. Il capitano raccontò una storia per passare il tempo e far dimenticare le giornate uggiose.
Nei suoi racconti il capitano inseriva sempre vicende con incontri amorosi scabri ed essenziali. Stavolta optò per un tema che gli tornò alla mente uscendo dal bagno, dopo tutta quella umidità.
“Io alla mattina appena mando giù un po’ di latte devo subito correre al bagno. Sono regolare come un orologio svizzero tutte le mattine, però a volte mi capita di aver degli impegni e di dover rinunciare. Allora vado a fare quel che ho da fare e cerco di restare il più indifferente possibile per non far capire che ho mancato l’impegno. Però se una mattina mi sveglio nervoso o con molto sonno non riesco bene a controllare la situazione e allora va a finire che ci devo andare per forza.
Una volta è successo che la mattina avevo rinunciato ad andare perché dovevo andare a Cersipath col mio amico Randolph. Allora poi io sono andato a prendere il battello e siamo arrivati a Cersipath che saranno state le nove. Io avevo iniziato ad avvertire dei sintomi ma non ci badavo perché tentavo di restare il più indifferente possibile.
Poi quando eravamo là io gli ho detto a Randolph se prima di accompagnarlo in giro andavamo a pagare un debito mio vecchio. Allora Randolph mi ha accompagnato e siamo andati lì. Il programma della giornata prevedeva che passassimo un po’ di tempo insieme visto che non ci vedevamo mai per via degli impegni diversi che avevamo, e poi io sarei andato a trovare una certa ragazza che lavorava anche lei lì e aveva un appartamento. Randolph invece ci andava e tornava ogni mattina. Quel giorno non faceva il turno e doveva comprare un regalo per sua sorella.
Quando io avevo risolto coi pagamenti i sintomi avevano iniziato a farmi venire i sudori freddi e a farmi sbiancare. Allora ero andato avanti ancora indifferente come non mai. Eravamo arrivati davanti a un buon posto per il regalo. Io non mi reggevo più in piedi. Avevo atteso anche troppo e quando capita di attendere troppo in situazioni del genere o la fai lì, o perdi la testa. Ma dato che io sono testardo a volte anche in situazioni per cui non c’è da essere per niente orgogliosi, con assoluta indifferenza ho detto a Randolph dopo che lui mi aveva anche accompagnato in giro che io allora andavo via dalla mia tale ragazza, che era stato un piacere e che magari ci sentivamo per tornare indietro insieme. Randolph mi ha salutato ed è tornato a fare le sue cose. Lui non fa mai trasparire troppo quello che pensa perché se uno c’arriva in certe occasioni c’arriva sennò è stupido. Però poi si comporta di conseguenza e non ti rivolge la parola per un pezzo. Questa è la cosa più normale del mondo e infatti io ho sempre fatto come lui ma con meno convinzione perché forse son timido o un po’ più ingenuo a non arrabbiarmi con le persone perché penso sempre che tutto vada a finir male comunque se litighi. In ogni caso alcuni non son per niente neanche così perché in più hanno paura a veder uno che si arrabbia così senza dirtelo in faccia, e oggi tutti hanno paure stupide perfino come questa.
Io mi sono messo in fuga verso casa della mia ragazza. Non sapeva nemmeno che dovevo essere lì e infatti dovevo fargli una sorpresa. Però se non fosse stata a casa penso che avrei sfondato la porta.
Quando sono arrivato ho dovuto occuparmi delle cose di rito e fare la parte del formalista che bada sempre alle situazioni. Le davo due minuti non di più. Fortunatamente si era appena svegliata e perdeva anche lei poco tempo in chiacchiere anche se era molto contenta. Allora con una scusa le ho detto che ci bevevamo il caffè e poi, dato che ero già stato parecchie volte lì con assoluta nonchalance mi sono infilato nel bagno.
Insomma quando quella giornata è finita Randolph non mi parlava più, e invece ero stato tutto il giorno con la mia ragazza, perché io dovevo passare tutto il giorno con Randolph e di contorno fare solo una sorpresa volante alla mia ragazza.
Poi è passato un po’ di tempo è naturale. E allora abbiamo ripreso a parlarci. Quando è stata l’occasione di chiarirci io non gli ho detto niente perché non c’era neanche più bisogno visto che ci intendiamo al volo quando facciamo stupidaggini e allora quando capita non si nascondono o si giustificano con delle parole ma deve solo passare del tempo lentamente. Non gli ho detto niente io a Randolph ma ho pensato tra me e me, abbiamo litigato davvero per una…”
A quel punto si commosse anche un pochino.
17
La navigazione era stata eccellente nonostante quegli ultimi giorni. Dall’insenatura da cui erano partiti si erano ritrovati in mare aperto. Niente di straordinario fino a lì, ma grande eccitazione da parte di tutti. Superate le correnti del Machigia erano arrivati all’arcipelago costeggiando prima una costa spiovente dalla sensazione un po’ tropicale, per via anche del contrasto tra la luce del giorno e la luce invece di quelle rocce dal colore solo lievemente richiamanti l’amaranto.
Passate queste era iniziata una fitta vegetazione con alberi da frutto molto solidi e slanciati, dalla forma di pini marittimi. Gli alberi sembravano portare a un camminamento coperto come dentro una pineta. Questi arbusti si aprivano poi in un dato punto a raggiera per lasciare spazio non allo sbarco ma addirittura alla prosecuzione della navigazione.
I tre erano molto meravigliati da tutte queste sensazioni. Amerigi scelse una zona d’ingresso qualunque e poi la barca s’inoltrò lungo questo percorso quasi fluviale cinto da quegli stessi alberi visibili lungo la costa.
Il percorso seguiva un paio di curve molto snelle e agili da percorrere per poi affrontare un breve tratto apparentemente di disimpegno.
Ci fu invece proprio in questo momento un sobbalzo e si udì un tonfo provenire da sotto lo scafo.
Amerigi prese ad agitarsi e a salire con molto affanno la scala oltre la cabina per ispezionare da posizione rialzata il fondale marino.
Il capitano cambiò completamente personalità prendendo il timone senza nessun segnale tra lui e l’amico. Iris drizzò le antenne in stato di allerta.
Nonostante la velocità di reazione e la sicurezza di Amerigi sulla difficoltà di rompere lo scafo, regnò per un momento il panico soprattutto perché niente si era mosso subito dopo e ad Amerigi era parso che non vi fosse nulla di distinguibile su quel fondale.
L’acqua era leggermente torbida e ciò ostacolava ogni sensazione di sicurezza e fiducia in lui. Amerigi si precipitò a discutere col capitano sul da farsi. Entrambi erano troppo occupati in quel momento perché solo Iris scorgendosi su un lato notò che il corso dell’acqua era cambiato improvvisamente e che la barca stava procedendo con una leggera pendenza di qualche decina di gradi. I suoi sensi molto affinati le permisero di percepire che si trattava di una salita. Iniziò a sudare freddo e non riuscì a richiamare l’attenzione di nessuno dei due.
Tutto era perfino troppo surreale. Figurarsi poi la velocità con cui tutto stava accadendo. Il fatto è che erano ancora in movimento mentre tutto succedeva. Si doveva per forza badare anche e soprattutto a dove si stava inoltrando la barca. Iris era sbiancata, ma trovò la forza di avvertire il primo che trovò con lo sguardo. Ne fu informato il capitano. Non l’avesse mai detto, questi constatò e passò al contrattacco sferrando un colpo terribile al timone che prese a girare all’impazzata. Improvvisamente si udì un frastuono e poi ci fu l’inferno.
Tutti si ribaltarono in cabina, Amerigi restò lievemente ferito al polso, ma non fece in tempo ad accorgersene che già si era precipitato a vedere: stava accadendo l’impensabile. La barca si era girata su se stessa, si era arrestata, ma tutto procedeva all’incontrario. Come se ciò non bastasse un forte rumore di parti saldate, di giunzioni metalliche sottoposte a pressione e un devastante cigolio proveniente dalle valvole dei motori, tutto questo prese a farsi strada mescolandosi al panico generale. Poi, altro colpo durissimo, la barca s’inclinò di nuovo. Amerigi sull’orlo della follia gridò che stavano per precipitare da una cascata. Il capitano a quel punto salutò tutti.
18
La barca fu attraversata da una corrente d’aria fortissima. La cascata arrivò e si portò via tutta la scialuppa.
Cadeva di tutto e tutti andavano a sbattere ovunque. Per fortuna, dal rigiramento precedente, a prua la cabina era stata invasa da qualsiasi cosa creando un cuscino contro l’esterno.
Quando presero il volo i tre si trovarono urtati contro quel tappo salvifico già prima di cadere nel vuoto. Ma accadde dell’altro.
Volando giù per il dirupo il frastuono dei cigolii aumentò talmente tanto che i tre già tramortiti non si resero conto che l’imbarcazione si era arrestata proprio dopo aver perso ogni speranza di evitare lo strapiombo.
Se ne accorse appena un istante successivo Iris, come già aveva fatto, con anticipo su tutti. A quel punto l’adrenalina le era corsa lungo tutto il corpo fino ai piedi e trovò la velocità per avvertire Amerigi e il capitano.
Tutto rimaneva sospeso. Adesso c’era solo un lamento cigolante che dopo la sfuriata precedente stava riprendendo a salire d’intensità. Amerigi si riebbe dopo un po’. Non riuscì ad alzarsi per via del polso indolenzito. Il capitano si alzò in quell’istante e cercò disperatamente il suo sassofono. Sapeva come gli altri due compagni che doveva uscire di lì al più presto.
19
Qualcuno aveva costruito delle passerelle lungo la scarpata che correva su un fianco. Il primo a notarle fu il capitano, che ormai non badava più allo stupore di tutto quello che stava accadendo. L’imbocco della passerella partiva esattamente a lato della prua e i tre ebbero solo a lottare per salire quei pochi metri in verticale e aggrapparcisi sopra. Il capitano si aggrappò a una gamba del tavolo che fortunatamente era fissata sul pavimento della cabina. Dietro, Iris da seduta fece salire Amerigi su una spalla, mentre il capitano si occupò di tenergli la mano ancora sana e di portarlo con l’altro piede oltre il tavolo. Amerigi era anche molto preoccupato per le sue carte, ma si ricordò di avere ancora delle bussole nei taschini dei pantaloni. Iris fece quasi un balzo per aggrapparsi.
Il capitano ruppe un oblò con un colpo di tenaglie, quindi tutti e tre riuscirono a mettersi in salvo. La passerella era raggiunta e sembrava reggere bene ai loro pesi. Non fecero in tempo a tirare un sospiro di sollievo che ecco subito il frastuono metallico aumentare e poi con sconcerto di tutti si vide sparire la barca e apparire da sotto lo scafo.
La barca si era ribaltata ed era finalmente possibile vedere cosa fosse successo. Un enorme magnete aveva letteralmente agganciato l’imbarcazione. Questo era collegato a una cinghia d’acciaio che correva lungo un binario che a intuito doveva proseguire sul letto del corso d’acqua, anche se ciò non era visibile.
Amerigi provò a toccare con un ferro che gli si era conficcato nel rivestimento di gomma delle scarpe una vecchia passerella in rovina sotto quella in cui si trovavano. Osservò e capì. Attorno all’area si era creato un enorme campo magnetico. Intuì dunque il motivo del ribaltamento. Girando a centottanta gradi verso la direzione opposta il magnete aveva ruotato lungo il suo asse per poi tornare nella sua direzione ma rovesciato, rovesciando così anche la barca. Tuttavia quel magnete era stato la loro salvezza bloccandoli poco dopo il ciglio della cascata. Probabilmente, pensò Amerigi, avrebbe dovuto trattenerli poco prima dell’imbocco, visto che le passerelle proseguivano da lì a poco sopra le loro teste. Quelle su cui si trovavano dovevano essere per così dire passerelle di sicurezza. Altri indizi facevano pensare a prototipi costruiti molto prima, alcuni dei quali diroccati lungo la scarpata. Se così era la loro era stata una doppia fortuna.
Ripreso per un momento il controllo della situazione Amerigi constatò le condizioni del suo polso. Avrebbe resistito ma occorreva una fasciatura rigida al più presto. Iris stava benone, solo il capitano stava dando segni di cedimento. Era stupefacente la prontezza di João di recepire una situazione eccezionale e di assorbirla così rapidamente, ma viveva tutto in una maniera molto strana, anche se con profondo coinvolgimento. Così, dopo essere caduto per l’ennesima volta al suolo trovò il coraggio di ammettere che si trovavano nei guai. Ormai la situazione aveva dato il la alla sua follia.
Una carcassa di animale era accostata lungo una palizzata in ferro battuto. Aveva tutto l’aspetto di un maiale, ma si trattava in realtà di un cane piuttosto robusto. Le tracce indicavano chiaramente che si era fermato dopo la corsa. Con tutta probabilità si poteva pensare che era andata così, ma Amerigi accertò che non vi erano segni di ematomi o emorragie.
A forza di cadere, nel frattempo, la lamella del capitano si era guastata e le lingue che erano programmate nel sensore apposto sopra erano saltate all’impazzata.
Fu l’inizio di un giallo-thriller.
Marieto l’era ‘ndà fora col mulo col ga sentio un slandron vegner zo dal finestro de la casa del Lino. Coza falo qua ste ore? Convinto che’l fuse laorare. Gninte gninte. Sta ‘stimana gaen el masciaro ghe dize l’Antonieta. E el Lino drio che seitava dire: masci!…Marieto!… Zò n’altro slandron fin che i ze drio parlare. Se gavrà inseminio gà pensà Marieto. Valà valà, che no i se assa copare no. Sarà mia stajon far saladi. Coa se metei fare? Ghe corei drio? Zò intanto n’altra palosà tel muro col finestro, ma el muro someiava un fià masa molo. I se ga inseminii tuti e do ga pensà. E l’è nà via. Intanto che l’altro l’era tutto intiero drio el strodo. L’era scapà fora da solo dal spaurasso.
‘A che te sì un bel masceto però an se sentiva vegner dentro da l’Antonieta. Và che bel masceto. Và che bel masceto ghe ga dito el Marieto. Col Lino spacà in tochi puareto. L’era sta for tuta la note zugar con Bepi e carte. Metaghe el covercio. Metaghe el covercio. Tacherà a far bronse el tacarà. Domandaghe puareto la storia de quando che ‘l ga fato el bacalà.
Amerigi e Iris compresero a malapena. Erano certi che il loro amico avesse perso qualche rotella, ma si sentiva anche che probabilmente tutto ciò costituiva per lui una sorta protezione dal mondo esterno quando non voleva farsi riconoscere. Quella lingua ormai veniva usata così, si poteva pensare.
20
Il camminamento procedeva.
Si trattava di assi di diverso materiale fissate su rami di carpino. Il percorso era protetto da altri rami, probabilmente presi altrove, tagliati e intrecciati a formare un angolo retto tra la passerella e la scarpata.
La attraversarono quindi lungo tutto un fianco. Poi un sentiero si faceva largo su un nuovo dislivello, questa volta tutto in piano. Si raggiungeva così una fitta vegetazione terminante in un percorso scavato nella roccia. Da lì partiva una nuova passerella sospesa in aria. La sensazione era quella di fare un giro completo attorno al corso d’acqua che avevano imboccato dalla costa. Di questo si accorse solo Amerigi. Il capitano camminando lungo la passerella gridò: «Alt!». Tutti si fermarono. Iris dietro con Amerigi prese a guardarlo. Poi guardarono in direzione del suo sguardo. Si scorsero un poco su un lato e videro a quel punto una casa costruita completamente in pendenza sul dirupo. Il tetto era perpendicolare alla scarpata. Un camino usciva nella stessa direzione. Saliva del fumo. I tre non sapevano più come comportarsi di fronte a quello scenario, i loro sentimenti stavano facendo il callo a certe assurdità, sempre secondo le loro percezioni. Tuttavia erano meravigliati e carichi di stupore in un certo senso inibito ma non preoccupato, proprio come quando ci si appresta a visitare una nuova città, un nuovo territorio. L’ultimo asse posato sul camminamento dava sull’ingresso dell’abitazione. La porta era sistemata in asse con il visitatore. Era così a sua volta perpendicolare con il piano della casa. Il capitano aprì agevolmente ruotando la maniglia. Si aprì davanti a loro uno spazio famigliare ordinato e senza più percezioni di instabilità, seppur la casa fosse sistemata su un dirupo.
L’abitazione disponeva di diverse comodità. Un sontuoso divano si faceva spazio tra file ordinate di libri incassati sulla parete. Una piccola cucina si sporgeva dalla parete sullo sfondo. L’arredamento ricordava un po’ lo stile impero, come le incisioni sul camino e le decorazioni della mobilia. Amerigi estrasse le bussole che teneva nelle tasche. Erano fuori uso tutt’e due. Dovevano aver risentito del campo magnetico. Uscì un momento tentando lo stesso esperimento di poco prima e scoprì che non vi era alcun campo lì. Iris cercò dell’acqua da scaldare. Il capitano portò le braci che stavano ardendo nel camino in cucina evitando di accendere un altro fuoco, dato che non c’era abbastanza legna in casa. Amerigi si sistemò molto bene il polso con una fasciatura abbastanza stretta. I tre si sedettero e bevettero del buon brodo caldo preparato da Iris.
«Cosa si fa capitano?» disse Amerigi.
João rimase perplesso di sentir parlare così il compagno. Avrebbe voluto subito attaccare lui un discorso del genere. Mai si sarebbe aspettato di sentirselo dire da Amerigi. Per lui questo voleva dire essere nei guai.
«Rimaniamo qui per la notte. Non sappiano ancora che altre sorprese ci può riservare questo posto» rispose con molto più nerbo Iris.
«È una follia!» attaccò ora il capitano: «Metteteci in un manicomio sì avanti! È più sicuro dormire qui. Sono fuori i matti…».
«Chiudi quella bocca» si spazientì Amerigi. Solo quelle risposte ascoltava il capitano. Parlare la sua lingua serviva molto ad azzittirlo. Ma Amerigi stava perdendo davvero la pazienza con lui. Intervenne Iris a sedare ogni contrasto.
«Aspettiamo solo che faccia giorno. Chi vuole può girare qui intorno ma deve rimanere nel raggio».
Tutti furono d’accordo. Il capitano si piazzò fuori con una sedia. Preparò una torcia strappandosi un pezzo dei larghi pantaloni rimasti bagnati di carburante al momento degli urti della barca. Sembrava girare con un gonnellino. Si sedette all’ingresso della casa intento a sfregare un pezzetto di selce per preparare la punta di una lancia di difesa. Tuttavia non successe nulla quella notte. Prevaleva l’angoscia e quella frase del capitano non era stata fuori luogo se non per il tono. Era stare appartati in un posto in cui si sapeva di non potersi fermare. La tensione fece crollare Amerigi che dormì almeno un’ora. Iris si era già sistemata in un angolo vicino al camino. Il capitano fece un po’ il duro, poi si addormentò anche lui.
21
L’indomani Iris e Amerigi si svegliarono, si stiracchiarono velocemente e con molta apprensione andarono ad aprire la porta d’entrata. Di spalle notarono che il capitano lavorava ancora alla sua lancia. In quell’istante la sedia si girò. Non era il capitano.
«Ah ah!».
Una donna piuttosto corpulenta ridacchiava con un leggero tono isterico davanti a loro.
«Sono la cugina del capitano. Il capitano è di sotto. Ah ah».
Era tuttavia cordiale quella donna che ridacchiava tra sé. Portava un grande orologio ciondolante attaccato alla cinghia dei pantaloni. La cinghia faceva un giro attorno alla vita e poi il ciondolo cadeva su un lato.
«Abiti qui?» fece Iris.
«Perché quel vigliacco non mi ha detto che aveva una cugina qui?» disse Amerigi.
«Dove sono quegli uomini che fumavano sigarette dall’aspetto giovane sotto i pastrani seppur più vecchi della loro età. Così eleganti e costanti. Ah ah».
«È il tempo atmosferico che si li è portati via» rispose Amerigi riferendosi al capitano.
Quel giorno era più freddo. Il clima effettivamente era cambiato da un giorno all’altro.
«Non è stato l’uomo. Qui è davvero così. Ah ah» diceva la cugina, che non riusciva a non ridere.
Amerigi faticava a star dietro a tutte queste cose, ma in fondo capiva sempre.
I convenevoli erano già finiti per la cugina che aprì una botola proprio sotto la sedia dove era posizionato il capitano.
«Seguitemi» disse, mentre la risata echeggiò con ben altro tono più profondo dentro il cunicolo sotterraneo in cui si apprestavano a inoltrarsi. Iris andò davanti.
«Allora il capitano deve aver scoperto il passaggio stanotte».
«È molto probabile» rispose Amerigi.
«C’è da fidarsi di lei. Lo sento subito» fece Iris.
«Resta pur sempre la cugina del capitano».
«Ma allora deve averlo visto stanotte, o forse lei ti conosce già?».
«Può anche darsi, ma non ricordo di aver mai parlato col capitano di una cosa simile. Il capitano ha sempre detestato i legami di sangue. Suo fratello l’ha mezzo ammazzato una volta preso da un’ira come la sua. Sono quelli i segni del braccio, il barracuda…».
22
I due insieme alla nuova compagna di avventure procedettero ad attraversare un cunicolo non molto largo ma sufficientemente agevole. Dopo qualche minuto anche quell’attraversamento terminò e finalmente i tre presero a camminare immersi in una radura che a un certo punto si aprì a volo d’uccello sotto i loro occhi. Ampie colline si stagliavano con un ritmo e una muscolatura piacevolissime sotto un leggero dislivello. La vista si apriva del tutto e la luce che arrivava come piovendoci sopra faceva il resto. Si trovarono di fronte a un paesaggio che aveva del neoclassico. Alcuni spruzzi di betulle qua e là, il verde della fitta vegetazione contro il cielo ampio e rischiarato da nuvole bianchissime suscitavano molto questa idea armonica un po’ sospetta di reticenze, ben riconoscibile e gradevole. Era proprio così. Ciò faceva da base per diverse sensazioni sopra, ma quel paesaggio era avvertito da tutti, chi più chi meno.
Amerigi capì finalmente l’articolatura di quel lembo di terra e quindi dell’arcipelago. Tutto era tenuto in equilibrio su falsi piani, alcuni di questi poi inclinati o spioventi a loro volta. Non capiva ancora l’effetto elettromagnetico. Pensò ad un effetto simile alla gabbia di Faraday, ma notò che comunque le correnti e la vegetazione seguivano il senso dell’illuminazione solare e della gravità terrestri. Il clima cambiava per le esposizioni asimmetriche dei diversi piani e la condensazione delle particelle d’aria in alcuni punti corrispondeva a quella visibile durante la stagione estiva.
Era come la loro sensazione. Li spaventava essere lì nella terra dei loro desideri anche se questi splendevano di luce propria. Per anni gente precedente alla sua generazione, pensava Amerigi, aveva sognato quella terra. L’aveva raggiunta forse solo negli ultimi anni di vita, c’era stato troppo da faticare prima di andarsene. Ora invece c’era la situazione di ragazzi e ragazze come Iris, responsabili fin da quell’età di quella scelta. Era comunque una decisione gravosa.
Amerigi notò un altro corpo abbandonato lungo la spianata. Non si vedevano sempre, ma ce n’erano. Uno qui uno là, la situazione impensieriva tutti. Dovevano tentare di capire finché fossero stati lì.
«Caccio in questa zona da oltre vent’anni» attaccò la cugina. «Non dovete preoccuparvi. Se decidete di rimanere vi mostrerò dove procurarvi il vostro pasto».
«Quando sei arrivata qui?» disse Iris.
«No, io SONO nata qui. Ah ah. Il nostro povero trisavolo aveva dei figli con opinioni molto diverse».
«Quindi il capitano è nato fuori di qui, ma in realtà viene da qui» provò ad intuire Amerigi.
L’intuizione era corretta.
«Sì abbiamo avuto generazioni molto spaccate».
«Penso dipenda da quello» disse Iris.
Amerigi intese che parlava della follia del capitano ma con tono disteso e scherzoso.
«Non saprei. Mistero della genetica» ribatté.
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Quella terra davanti a loro era piuttosto fertile. Lì intorno a causa di quei dissesti e di quegli assestamenti, quella zona aveva costituito un suo microclima particolarissimo. Non mancavano proteine, carboidrati, antiossidanti per non parlare del fatto che il terreno era del tutto adatto ad ospitare specie volatili dalle più difficili condizioni di adattamento. Forse apparteneva all’era mesozoica, ma non esistevano codificazioni al riguardo. Potevano anche esserci stati fenomeni recenti, come erosioni dovute a incurie. Resta il fatto di questa particolarità. Dalla collina si scorgeva un villaggio costruito attorno a poche strade. Amerigi si informò anche sull’esistenza di documenti al riguardo. Voleva compiere subito alcuni studi. La cugina garantì a lui e alla ragazza ospitalità in una vecchia casa che sorgeva lungo una strada in posizione abbastanza centrale all’interno del villaggio. La quota alla quale si trovavano non doveva essere esageratamente alta, perché nessun pascolo si scorgeva all’orizzonte. Iris, Amerigi e la cugina si inoltrarono nella radura toccando da vicino quegli arbusti molto simili a pini marittimi. La cugina fece un giro diverso dal solito per rientrare a casa, un giro più panoramico attraversando diverse colline. Tutti, compresa lei, provavano sensazioni molto piacevoli di tranquillità, dovute anche al fatto di costituire l’uno per l’altro una compagnia gradevole e rassicurante in quel momento. Amerigi faceva molte domande alla cugina, che rispondeva con piacere ad ogni quesito, soprattutto in fatto di fauna locale. Iris stava bene con tutt’e due, anche se un po’ la ingelosiva quell’intesa. Era comunque del tutto naturale e lei dal canto suo non provava che un sentimento non così manifesto poi nemmeno a se stessa. Poi tutti in silenzio contemplarono quel posto. La tranquillità era assoluta. La strada segnata da ciotolame vario simile a una mulattiera svanì poco dopo e tutti e tre si apprestarono a entrare in paese.
Era uno strano assemblaggio di ferraglia non visibile dall’alto. Quei pezzi saldati assieme in più parti davano l’impressione di percorrere una città più che un piccolo borgo solitario. Quelle impalcature e quei listoni attaccati alle pareti servivano da scolo per le esondazioni, spiegava adesso la cugina. Nella parte più alta invece partivano delle deliziose murature articolate che alleggerivano di molto il peso della struttura guardandola di sotto in su. La vita scorreva comunque più frenetica in quelle parti, cosa che accresceva l’impressione di tumulto e operosità proprie della grande città. La cugina attraversò con i due un lungo viale di questo tipo, che raddoppiò a sua volta la sensazione di affastellamento, per poi infilarsi in una stradina laterale poco prima della cinta muraria che chiudeva il viale e il paese.
Improvvisamente, dal silenzio che li circondava camminando attraverso la radura, li accolse un brusio a tratti frastornante di voci, anche per il fatto della ristrettezza di quelle strade e per il risuonare delle voci contro le pareti lastricate.
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La cugina andò avanti con passo sostenuto una volta superata la cinta muraria del villaggio, mentre Amerigi e Iris vollero fermarsi un momento ancora per capirne di più. Allora la cugina li accompagnò per un breve tratto fino a farli accomodare nella terrazza della locanda da Gipro.
«Questi sono amici di João» disse al proprietario, un uomo alto, stempiato, senza altri tratti particolari.
«Ah il capitano, sapessi in che condizioni era il tuo caro cugino».
«È stato qui?» chiese Amerigi inserendosi nella conversazione.
«È uscito poche ore fa. Sembrava molto agitato».
Amerigi si ritrasse pensieroso.
«Ti ha parlato di niente?» chiese la cugina.
«Non proprio. Ho solo potuto sentire che parlava di certe carcasse abbandonate con Stilme, il guardiacaccia. Passa sempre di qui all’ora di pranzo».
«Ti lascio qui questi due amici per un po’. Sono molto mansueti non ti devi preoccupare».
Poco dopo Iris e Amerigi erano presi dalla vista sotto la terrazza. La normalità di quel luogo li rassicurava. Solo, il mormorio infastidì abbastanza Amerigi, che per via del rimbombo iniziò a fare l’orecchio a certi discorsi che rimbalzavano letteralmente nell’aria.
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Discussione risonante iniziata proprio in questo momento a lato di una strada.
«Hai letto la classifica dei libri?»
«Armando è un gran recensore».
«Ogni lunedì e che non sia mai che ne salti uno».
«Guarda che oggi è martedì guai che non ti vedo a teatro eh!»
«Perché non viene Sempronio cos’è che ha da fare?»
«Io mi pago l’affitto e vivo con altre trenta persone in uno spazio di 2mx2 e vado tranquillamente a teatro ogni martedì».
«Bravo!» (giunta dell’autore)
Parlano adesso di certe letture critiche su un tale Jules, presumibilmente Jules Verne.
«Jules piace a tutti. Giusto bene rivederlo subito».
«Il Marecchi ha firmato un bel pezzo mercoledì. L’autoarrangiarsi aspettando l’apocalisse…»
Altri casi: (giovedì)
«Ma non potevi evitare quella parolaccetta e quella bestemmietta tra i denti? Non sono filopapale ma non ti sembra di aver fatto brutta figura dicendo che i nostri capi hanno tagliato tutta l’informazione già tagliata e ridicolizzata dall’ascesa di qualsiasi borghesia industriale…
Non ti sei vergognato un po’ della tua espressione.
Non tutto è finito no, ci sarà una legge che ti manderà in carcere ora se ahi! Ti azzardi a scrivere che uno è stato colto in flagrante a rubare allo Stato.
Non ti è dispiaciuta la tua bestemmietta.
In ogni caso con la democrazia bisogna essere moderati, servili un po’ sempre no? Ma anche se rifaranno la legge elettorale, il sistema repubblicano, la magistratura e la prima cosa che hanno fatto i fascisti è stata proprio…ops!
Ssh parliamo piano… compila tu perfavore… non posso parlare…»
Il giornalista a questo punto è fuggito per un attacco di emorroidi.
Queste discussioni si ripetevano ciclicamente, con una cadenza quasi settimanale, per cui era possibile identificarne dei nuclei.
Tipologia di discussione su resoconti di fatti politici pubblicati in forma di libri:
«Mi sei piaciuto ma hai fatto il birichino, eh no eh… troppo birichino!»
«Finiamo l’analisi sulla stupidità dei nostri governanti attraverso un collegamento inutile sulla stupidità dell’uomo irrazionale con una citazione kantiana».
Altri casi con prelati:
«No quel prete non ha mai…!»
«Guardami, guardami negli occhi».
Nessuna risposta
«Il Signore diceva… si attacchi una macina al collo».
«La Chiesa è perseguitata nel mondo. Ricordiamo l’India!»
«C’è stata grande apertura».
«Sempre stata aperta, ricordiamo infatti la grande apertura medievale».
Resoconto di un autore honoris causa:
«Visto che parliamo solo di politici corrotti parliamo anche di sentimenti, del silenzio che ci governa, della fiducia che non abbiamo più e di quelli che hanno detto tutto, MA SOPRATTUTTO DELLA GENTE CHE HA PARLATO DI LORO, VENENDO PRESA a sassate sui denti anche dai loro stessi colleghi».
(un finanziere dopo aver avuto il suo dividendo – A.D. 2009).
Ripresa su Verne:
«Leggiamo gli apparecchi scientifici (scienza pura) di Verne come metafore di supervirtuosismo letterario e celebriamo l’autore come un eroe della letteratura che sapeva tutto nonostante di questa scienza avesse solo un gran interesse».
Discussione sull’olocausto:
«No i nostri giovani hanno un futuro, certo! E ora tutti su con quelle mani! Street life! It’s the only life I Know! Street life!»
«Sì sono d’accordissimo».
«Mondo cane».
«Dai dai»
«Ahshlh»
(bava alla bocca)
Poi la discussione prende un’altra piega:
«sono stato lasciato. Mi sono sempre arrangiato. Sei un deficiente».
«Hai mai visto morire qualcuno? Non poter far niente?»
«Mio padre era un imbecille. Ma se ti lamentavi? Ma se hai sempre detto…via via, no no… imbecille… inetto pure tu… sei un uomo di merda».
Quello era un amico suo.
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Sotto la terrazza della locanda da Gipro si estendeva una piazza a forma ovale tagliata dal corso principale, di dimensione non molto grande. Una delle parti era più lunga dell’altra e si incuneava in una strada anch’essa di media grandezza, anche se qui le pareti degli edifici erano più slanciate ai margini. Sopra ci scivolava un cielo ormai al tramonto che per il colore rossastro di quegli edifici accendeva tutta una serie di sensazioni nei passanti, in particolare a Iris e Amerigi appena arrivati. I rossi, anche quelli dei muri ritinteggiati di recente, si stratificavano dando un’impressione più viva e accesa che non aerea e vaporosa. C’era un’impressione di aria di tempi passati vivi e resuscitati. Le foglie dei prugni diventavano viola parendo quasi autunnali. Tutte sensazioni che già Iris aveva fiutato.
Ora lei camminava per strada con Amerigi. La cugina aveva detto loro di proseguire su quella strada e di fare un giro a destra poco prima che questa terminasse.
Amerigi era dal canto suo molto concentrato sull’architettura generale di quel posto, da mezzo scienziato qual era, ma sempre con uno spirito molto empatico con quello di Iris.
Arrivarono alla curva. Lì notarono un piccolo negozio con l’ingresso sulla strada da cui erano venuti, che faceva angolo con quell’altra strada. Sulla principale era posto l’ingresso ma in più come in vivisezione si poteva vedere tutto quel locale per esteso lungo l’altra via. Questo infatti pareva un normalissimo negozio di modista, ma poi oltre l’ingresso, andando in profondità, si notava nell’interno uno spazio dedicato a testi sacri, forse induisti, con tanto di statuette in vendita. La cosa divertì subito entrambi, i quali ora iniziarono a far convergere del tutto le loro affinità elettive.
Salendo più avanti si accorsero di altre particolarità: un cinema molto piccolo ma accogliente e con film recentissimi segnalati in vetrina; un barbiere anziano; un tavolo di scuola davanti alla sua bottega con una rosa in vaso; uno strano negozio di vecchi libri con oggetti del tutto particolari tra cui un’insegna di un circolo di molti anni passati forse del posto; uomo corpulento dentro con lunga barba e capelli canuti che leggeva seduto in un divano coperto da scaffali; stop.
Qui c’era un taglio netto dato da una strada che si infilava su un lato, creando una fascia di mezzo congiunta a una piazzetta di un vecchio convento. Ciò non era facilmente percepibile dall’inizio della strada. Notarono anche che questa procedeva in salita.
Iris e Amerigi si fermarono.
Davanti a loro vi erano un alimentari gestito da alcuni uomini, uno più vecchio di nome Salim e due più giovani dall’apparenza del tutto simpatica. C’era anche l’ingresso di un’università che doveva ad intuito essere stata ricavata da un convento.
Come si accorsero Iris e Amerigi che quella doveva essere un’università?
Successe così. Più o meno a questa altezza in quel momento attraversava la piazza una piccola schiera di studenti tutti molto riconoscibili con cartelline a tracolla.
Tra questi si distinse un certo giovane che gli amici intorno chiamavano Randonio. Questo era un ragazzo dallo sguardo molto profondo ma disteso e con un viso che mostrava tutta la vitalità delle persone della sua età. Si distinse perché d’un tratto, senza nessun preavviso e nessun segno ai compagni si portò in un angolo molto messo male tra cui spuntavano resti di tubi metallici e quant’altro, tra cui alcune pietre scure.
Ci fu un numero di prestigio.
Randonio, ragazzo alto che nonostante questo indossava abiti sempre un po’ troppo lunghi, si tolse con rapidità i sandali, si tirò su l’orlo dei pantaloni e prese a camminare sopra quei mucchi di pietre nere.
I bambini, gli adulti, tutti lo guardavano un po’ straniti a lato della strada.
Mentre camminava a piedi nudi Randonio faceva schioccare le dita tenute nascoste dalle lunghe maniche a penzoloni. Faceva finta di camminare sopra dei tizzoni ardenti e i bambini si divertirono da matti.
Alcune mamme fecero un applauso e così pure Rupio e Claumio, gli avventori che vivevano, si può dire, nel bar all’incrocio. Questi si incontravano ogni domenica con Salim all’angolo a metà strada. Salim aveva ben poco a che fare con loro, aveva una personalità spiccata del tutto serena e distesa, ma continuava anche la domenica a fungere da asse di equilibrio, senza il quale tutta quella parte di strada non avrebbe certo retto la simmetria di tutte quelle situazioni strane, con i loro rispettivi personaggi. Situazioni che, una accanto all’altra, si dipanavano passo dopo passo lungo tutta l’intera strada. In questi casi ad esempio, come avrebbero notato in seguito Amerigi e Iris, la sua funzione corrispondeva semplicemente nel tenere le birre nel congelatore del negozio per Rupio e Claumio d’estate, ma bastava questo per tenerli a bada e contemporaneamente confermare ancora una volta l’aria di assurdità fatata di quel luogo, come si può ora immaginare su due piedi pensando a quelle bottiglie esposte (ma non in vendita) tra il banco dei surgelati.
Intorno a Randonio, intanto, non c’era nessuno.
Aveva compiuto quel gesto per il puro piacere di farlo durante un breve guizzo di spensieratezza.
Iris era tra quella gente e camminò dall’altra parte del porticato scorgendo con lo sguardo Randonio proseguire tra un pilastro e l’altro. Quel ragazzo gli piacque subito. Si accorse che stava rientrando a casa e che abitava nella stessa strada.
Amerigi, che era rimasto dall’altra parte, osservò divertito quella strana esibizione, ma non capì perché Iris ne rimase così impressionata. Tuttavia non disse niente pizzicandola solo un po’ sulla sua giovane età e su quei giovani tutti uguali che buttano ami alle ragazze.
In cuor suo sapeva che non era così, ma era infastidito appena un po’ dal fatto che Iris badasse a quel genere di cose mescolandole con un senso di poesia più ampio che si stava creando in quel luogo e di cui si stavano accorgendo entrambi assieme.
Proseguirono ancora e trovarono un’altra bottega di un altro barbiere. E un’altra osteria.
Rimasero per un attimo di sasso. Sembrava uno specchio, un gioco di specchi. Decisero così di rinominare F. bassa e F. alta rispettivamente le parti divise da quella linea ipotetica data dalla strada di mezzo e dall’alimentari.
Poi tornarono a scendere nella parte bassa, raggiungendo la casa della cugina.
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Dopo aver citofonato Amerigi e Iris passarono attraverso la spessa porticina d’ingresso e si incamminarono lungo la scala del palazzo da cui filtrava una luce naturale senza riflessi. Lì per lì non vi prestarono attenzione. L’abitazione era all’ultimo piano, aveva detto la cugina.
Poco dopo camminando si accorsero di un fatto alquanto bizzarro: la scala era uscita dall’edificio e si portava sopra il livello dei tetti delle case. Era proprio così. Stavano lì sospesi in aria una volta superato il livello delle coperture che si estendevano tutte alla stessa altezza sotto di loro come in un piano aperto.
Quella scala era del tutto coerente con la spazialità scombinata di quelle case tutte ammassate ma della stessa altezza. Iris e Amerigi se ne accorsero nello stesso istante. Ciò allietava entrambi ed era in più per loro un elemento come un tocco del pennello che rimarca una certa bellezza all’interno di un paesaggio dipinto già di per sé meraviglioso.
La vista si allargò per la prima volta da quando erano entrati in città, con il loro sguardo che aveva adesso come punto di fuga l’orizzonte davanti a loro. Salirono ancora e scoprirono che la scala si raccordava a una palazzina da cui partivano altri diversi ingressi.
«Buonasera» disse la cugina. La sua faccia simpaticamente si sporgeva tra le bardature metalliche di una finestrina. «Il campanello è da sistemare».
Iris poggiò un gomito contro il costato di Amerigi. Avrebbe detto se avesse parlato: guarda, quello sarebbe proprio un gesto carino da fare, vista l’ospitalità della cugina e la tua abilità manuale. Questo sarebbe un gesto carino sì, ma io sono poco incline a questo genere di cose, avrebbe probabilmente pensato lui. (L’avrebbe comunque riparato più con disponibilità che per predisposizione).
Il dialogo faceva parte dell’interrogazione nascosta che aveva suscitato quel luogo di poesia tra Iris e lui. Ogni cosa partecipava a un respiro armonico costante, muscolare e senza peso. Tutti i suoi pensieri e quelli degli altri attorno a lui prendevano fiato a vicenda in quel luogo.
La cugina stava dando da bere a un paio di gerani e a un arancio in vaso quando i due entrarono. Osservarono quel nuovo ambiente molto carino e confortevole. All’ingresso sulla scala, che proseguiva ancora in alto, seguiva una cucina stretta che terminava in un salottino attraverso uno spazio contiguo interrotto solo da un piccolo bagno. Dietro vi erano le camere. Amerigi si portò oltre le ante con le stoviglie e notò che sul muro del salotto erano dipinte delle strisce di un colore verde acceso che parevano una sorta di carta da parati trompe l’œil.
«La casa era una torretta di guardia durante la guerra. È stata costruita in quel periodo. Se guardi bene i muri sono da interni».
La cugina spiegò che aveva appreso molte notizie come questa anche grazie al libraio di quella strada. Quel luogo, le aveva spiegato lui, un tempo era una strada di botteghe che stavano tra grandi palazzi con giardini. Era il cuore pulsante della vita popolare. Ora era diventata una strada di scorrimento perdendo questo aspetto.
Il libraio era una sorta di depositario del sapere del posto ed era molto appassionato di storia. Aveva raccolto oggetti, testimonianze, reperti, alcuni dei quali difficilmente classificabili, come l’insegna di un circolo cattolico che sorgeva un tempo in quella strada, insegna che non ha alcun valore ma che ha la storia attaccata addosso solo a se stessa e a nessun tipo di catalogazione o esauriente spiegazione. Oppure, su tutte, una grammatica di lingua francese appartenuta ad Anteo Zamboni, con tanto di firma ben visibile, il quale abitava proprio lì davanti quando era uscito una mattina per compiere il suo attentato storico al Duce. Era partito da lì, dove ora non c’era alcuna targa, ma solo una coppia di portoni metallici ben chiusi.
Un giorno di non molti anni fa il libraio ha scorto alcune donne delle pulizie uscire dai portoni e buttare alcuni sacchi pieni di cose vecchie. Ecco dunque come è avvenuto il recupero del volume: il libraio non ci ha pensato due volte e si è buttato nel cassonetto. Troppo poco accademico.
Davanti alla sua bottega ogni giorno passano orde di studenti che vanno all’università eppure resta difficile pensare a una persona come lui anche attraverso una contrapposizione. Gente della sua generazione, aveva intuito la cugina, era venuta fuori da tribolazioni eterne e perciò come aspetto generale era poco propensa a far dei discorsi sulle proprie inclinazioni.
La sua passione per gli studi storici su quei reperti restituiva il senso di una quotidianità d’altri tempi.
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«C’est la rue F.».
Si vive come in un sogno qui. Iris staccò il citofono. Sotto due passanti attraversavano a piedi anche loro il villaggio. Amerigi e la cugina stavano intrattenendo una discussione appena fuori dalla porta rivolti verso un monastero in lontananza coperto da querce. La punta del campanile del convento che ospitava l’università era alla loro sinistra. Iris aveva sentito alcune note di sassofono provenire da sotto di loro. Allora, con il citofono ancora in mano rialzò la cornetta e si mise seduta ad ascoltare. Quel sassofono stava improvvisando sopra un ostinato di note gravi. Il contrabbasso. Sarà lui? E così fantasticò un po’ pensando a quel Randonio con pensieri del tutto normali davanti a quel citofono.
Procedeva con questa regolarità la vita in quello spaccato di mondo, intuiva con incanto adesso Iris e di ciò si rallegrò iniziando a mostrarsi scanzonatamente ad Amerigi piano piano, in maniera del tutto inaspettata.
Il capitano era finito nel frattempo all’osteria alta. Lì sopra la cugina aveva una seconda casa ereditata a seguito di diverse controversie notarili tra i numerosi parenti insediati nella zona.
In quell’abitazione il capitano trovava anche il tempo di terminare alcune nuove invenzioni. Un amico di bicchiere, Almugi, gli passava quasi quotidianamente resti di vario genere dalla discarica.
L’ultimissima si trattava di un radar costituito da un microchip appeso alla coda di un cavallo. Il cavallo era stato istruito a passare attraverso la città per percorsi diversificati con scadenza settimanale durante il giorno di mercato. Non c’era da stupirsi. Diversi maneggi del posto avevano in quell’occasione a disposizione diverse postazioni che davano sulla strada, montate sotto gazebo. E dato che non vi erano pascoli, ma solo un gran commercio di bestiame, il cavallo non si notava per niente.
L’animale compiva le sue spedizioni seguendo un percorso dato, aiutato da zuccherini lungo la strada. Di ciò si occupava personalmente il capitano. Lo scopo stava nel trovare altri corpi inanimati. Il radar conteneva infatti un calcolatore istantaneo che individuava un’unità di massa corporea minima. Questo era collegato a un rilevatore termico a infrarossi. Se tutto coincideva un segnale arrivava all’orologio da polso del capitano. Il cavallo era seguito a sua volta da un altro rilevatore di posizione, così il capitano (con una corsetta) poteva raggiungere agilmente la zona al momento opportuno. Tutto ciò avveniva in punti abbastanza circoscritti.
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Passò qualche tempo e i due, Amerigi e Iris, scesero alla ricerca del capitano. Iris era rimasta molto ammaliata da quel Randonio, ragion per cui senza foie eccessive, ma con un attenzione felina, prestava molta attenzione adesso alle strade che attraversavano. Amerigi nel frattempo si preoccupava giustamente di non recare disturbo alla cugina per altre notti, dato il suo carattere discreto.
Non se ne fece niente. Il capitano non aveva lasciato tracce nemmeno nella mansarda dove aveva trasferito i suoi arnesi.
Al punto in cui si trovavano, Amerigi camminò un po’, poi fu preso da un momento sconsolato e decise di fare dietrofront, rassicurando Iris e dicendole di proseguire con ciò che si era prefissata per la giornata. Attraversò quindi di nuovo il corso principale gettando occhiate qua e là per ampliare il suo bagaglio di conoscenze su quel posto.
Il Faso era un nomignolo che i popolani avevano dato a quella terra che aveva preso tutta la sembianza oramai di un mito. L’isola esisteva davvero ma per via di diverse contese demaniali e di regolamenti sospesi nel vuoto era finita per essere abbandonata e conosciuta solo da qualche studioso specialista, o qualche casuale e curioso turista. L’isola era scomparsa anche dalle mappe dopo poco tempo, dimenticata a seguito delle gravi congiunture politiche, economiche e sociali che stavano attraversando il territorio.
La cugina una volta spiegò che il flusso delle persone che entravano nell’isola si era notevolmente ridotto. Anche per quello le zone d’ingresso adesso franavano o erano state abbandonate o esposte a incuria.
Molti ci arrivavano sospinti da quell’aura magica cantata da tanti poeti sotto diverse forme. Rappresentava per loro un simbolo quanto lo era stata la luna per i romantici.
Amerigi e Iris avevano scorto un’aria di apparenza attorno a quel luogo dopo qualche tempo. C’erano per loro piuttosto molto calore vivo, freschezza e poesia nel vero senso del termine in quella strada in cui erano finiti ad abitare. Ognuno dei due sapeva di aver cercato di uscire da un quadro ideale, così rifuggivano da illusioni che sapevano fugaci per restare sulla linea della vita. Ma ad un certo punto questa linea si stava disperdendo nella nebbia. Amerigi pensava che pure per Iris forse doveva essere così e si dispiacque un poco solo per non avere la possibilità di spiegarsi bene con lei al riguardo.
Per lui si sa la cosa più importante nella vita era la passione, e quindi la poesia, ma ciò non era mai un ragionamento staccato dalla realtà anche quando sembrava esserlo del tutto. Forse stava da qualche parte tra i suoi pensieri e la realizzazione dei suoi lavori, come quando aveva costruito quell’imbarcazione per arrivare o quell’ingegnoso sistema di drenaggio delle acque piovane per il suo giardino.
Permanevano numerosi angoli del paese in cui ci si intratteneva a parlare di argomenti poetici, a volte anche animatamente con pubblici dibattiti. Iris andava spesso ad assistere alle discussioni e ciò era del tutto normale.
Vide passaggi pieni di frastuono mescolarsi a stradine silenziose, dove sembrava sempre di sbucare da un momento all’altro in uno spazio spianato o rumoroso.
Si annotò mentalmente la posizione di alcuni negozi di ferramenta e utensili vari. Guardò con interesse dei mobili antichi e delle vetrine con alcune porcellane smaltate.
Era ormai arrivato.
Passando da via del Piombo notò una bottega di arrotino che gli era sfuggita camminando su e giù per via F., piena di utensili da lavoro molto difficili da trovare. Gli tornò per un momento l’entusiasmo ed entrò subito. Però, una volta entrato, ebbe la sfortuna, si può dire, di trovarsi di fronte un individuo stralunato e altalenante nei modi, poco o per niente incline ai rapporti con gli altri esseri umani. Forse ciò era il frutto ridondante dell’aria di lunaticità che si respirava tra quegli angoli di paese. Tuttavia aveva anche dell’ironia quel suo atteggiamento straniante.
Amerigi chiese informazioni su alcuni utensili. L’individuo aggrottò la fronte alzando l’arcata delle sopracciglia e si mise ad osservarlo con labbro torto. Quindi Amerigi si voltò accennando a un grazie, aggiungendo poi tra sé: «Di niente salame d’un baccalà».
Uscendo però notò uno studentello entrare sul retro, il quale si dà il caso passasse alcune ore lì dentro apprendendo i rudimenti di quel mestiere.
Allora Amerigi fece finta di niente, uscì e si diresse sul retro. Scavalcò un cancello, cosa che non era da lui e chiamò fuori il ragazzo.
«Bss, pss ragazzino».
Il ragazzo lo notò e accampò una scusa per chiudere la porta.
«Chi è questo mattoide?».
«Mai saputo di essere al mondo quel barabba» rispose lui. «Cosa ci fate qui? Bisogno di qualcosa?».
Il ragazzo gli sembrò un tipo a posto e perciò Amerigi cercò di attaccar bottone con lui.
«A che ora stacchi? Io faccio questo lavoro che fai tu da una vita. Sono appena arrivato in città».
Al ragazzo non dava timore Amerigi, nel quale aveva notato subito un’insolita mansuetudine, rara tra le persone che aveva conosciuto, e dal momento che era consapevole delle difficoltà della gente appena sbarcata, come lui.
«Io sono arrivato da qualche mese. Aspettatemi da Gipro all’osteria, sarò lieto di fare due chiacchiere con qualcuno. Conosco poche persone qui».
Quel ragazzo era spigliato ma molto molto riservato. Amerigi aveva capito da qualche battuta scambiata tra questi e l’arrotino che il suo modo di porsi era diretto, ma più come per una sorta di scorza contro il mondo esterno. Scorza dura, pensava, di chi se la cavava da solo. Ciò accresceva ulteriormente una certa simpatia di fondo.
«Io sono Sindoito».
«Amerigi».
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«Il capitano? Sì certo quell’uomo l’ho visto entrare e uscire diverse volte dal laboratorio» disse Sindoito.
«È strano».
Adesso Amerigi aveva incontrato quel Sindoito all’osteria da Gipro sulla punta nord-est dell’isola. Aspettandolo gli era venuto in mente il capitano e così aveva attaccato subito con quella domanda una volta entrato Sindoito.
«Si è portato via un paio di ferri per montare i cavalli, una punta di un piccone e un paio di led smontati da vecchi cruscotti di automobili».
Ci capiva più un accidente Amerigi, che perciò stizzito virò subito il discorso sulle sue attività predilette.
«Non c’è modo di recuperare le imbarcazioni alle foci?»
«Si potrebbe, ma le esondazioni gonfiano i corsi d’acqua soprattutto da quelle parti»
«Sono molto frequenti?»
«Quanto basta. Chi arriva capisce solo da quell’istante che deve ripartire da zero»
«Mmmm» Amerigi alzò le ciglia come per gettare la spugna, poi esclamò:
«Si potrebbe recuperare il percorso della ferraglia… Non c’è documentazione locale qui sull’isola?»
«Temo di no. Quella ferraglia di cui parli è roba vecchia. Tutti quelli che ho conosciuto sostengono di averla già trovata così quando sono arrivati»
«Si sarà persa traccia di quella storia» disse Amerigi.
«Sono tutti troppo occupati a cavarsela da qui in poi per mappare bene la zona e trovare rimedi sicuri. Poi molta gente se n’è andata, molta è scomparsa e qui c’è quasi sempre solo un ricambio continuo».
Amerigi chiese infine notizie su lui e il proprietario della bottega dove lavorava.
«Io vengo da molto lontano. Sono stato già in molti paesi. Nell’ultimo sono riuscito a finire le scuole di addestramento e a trovare la mia strada prendendo su questo lavoro».
Tuttavia una scintilla di rancore si accese negli occhi di Sindoito, cosa che non aveva visto ad esempio in una persona girovaga e giovane come Iris.
Aveva capito che si riferiva alla sua famiglia. Forse una separazione. Amerigi non insistette e continuò a parlare di quegli stessi interessi.
«Molti ragazzetti parlano di lavoro, non sapendo minimamente a cosa si riferiscono. Per loro una famiglia alle spalle è scontata. Un lavoro estivo, un lavoro qua, un lavoro là, io studio. Cose che non sanno ancora pesare».
Amerigi fu molto stupito di quel discorso.
Per lui il lavoro era dignità, dignità che si acquista solo col tempo e senza dimostrazioni di titoli o quant’altro. Era comunque un tentennamento continuo per uno più anziano come lui e per questo detestava le persone della sua età cosiddette “serie” che sanno esattamente cosa fare ostentandolo.
Quei discorsi in ogni caso doveva farseli quand’era preso dalle ansie. Superato un suo rancore personale stavolta, era del tutto concorde con il ragazzo.
Adesso tra una sfiammata e l’altra si era comunque creato un filo di intendimento perfetto tra i due.

I.
Volgeva il sole al tramonto
con te che parevi statica
conta solo ciò che eravamo
Da sempre… un merletto
scolorito un orlo appena rammendato
una spalletta di elastici
slavati via, senza accorgercene
Rimettevamo quelle vesti
Perché non ora?
Cosa ci fece il tempo
ingannandoci ancora
II.
Siderale vuoto e nulla
siderale cosmico, astratto e puro
tutti e due insieme – “Toccarsi non è mai!” –
Il nulla fu per te andare dentro
apparenze con trasportata eleganza
o anche muffa, decomposizione
di carni dal sapore prelibato pervicace
in pentola per altri il cui veleno
viene dopo. Lascia che tutti abbiano tutto
hai sempre saputo ciò
che altri conobbero come te
e io non resto estatico, lascia che si sposino
gli appetiti soliti – “Destino è marcire!” –
Ribollendo al contrario
Di un intenso profumo d’erbe cipolline
Calendula, timo, gelsomini
che gli altri in fin dei conti
spostandoti il profumo non poterono
III.
Sempre così parrà lo scrivere
argomento che si fa ora scienza
diviso il mondo in due tre specie
che leggendo il terzo incomodo
sempre scambierà per vero il tutto
non potendo sapere il sentimento
né tirando la spada a croce sulla pelle
potendo lasciare un qualche suo nome o segno
Un mistico evangelico a risolvere
nel bene qualche equazione,
così la tua esitazione si farà nel tempo giusta
Decidere bisogna soltanto, il tempo
che si riordina
IV.
D’un qualche arco verrà lo spunto
solo per respiro femmineo
di una sorta di camminare:
sul filo, sui soliti aggrappi di ulivi
Così i pensieri d’un non scrivere
non respirare, stare laggiù
Dopo tutto l’aspettare gli altri
i soliti treni non originali
ricopiature malamente smentite
e più in là un abisso
Di non comprensione
Anche questo secolo
in fondo sarà come l’altro
E torneremo a passeggiare
sul nostro profondo pieno vuoto operativo
fino a che la barca arenerà su un’isola
e poi rimetteremo tutto in sesto
l’archibugio, il sestante
per trovare un altro avanti del sogno
Che del genere non v’è nulla, tutt’attorno
V.
Cosa vedesti Lidia a Mirano
in fondo alla piazza dietro l’arboreto
che non dicono ora queste case
sicuramente meno decentrate
svuotate, pochi giornali a terra
Poche foto sparse, con un ordine
da fine del mondo. E tutto
continua a parlarmi nella fine
delle cose lasciate a terra
ripulite un po’ almeno
Come potati i pioppi
certo duri senza tutto il prima
degli architettonici progetti
che ancora forse sono da fare
E pare che non sia solo il vissuto
ma un ordine delle cose
che ancora deve silente
parlare dopo
VI.
Taglia meno di “M”
In un vestibolo lasciato aperto
dove tu, per evaporati umori
e destini e vite vedesti dentro
un giorno qualsiasi dove tutto
oramai era finito. Mobili di rovere
ora stinti al sole, ma ancora acerbi
se non maturi e anche prestanti.
Antiche forze, con aria di violetta dalle finestre
non più ora la vite o il fieno posato
se non nel rimescolamento sotto
che non pungente ti attraversa guardando
questi resti di civiltà da cui tutti giungemmo.
Un museo arriva così, ai sensi che leggono
senza poterli usare. Un alfabeto nuovo giunge
ai bordi delle strade sino a disfarsi.
Cicli lunari assolvono ancora
al loro antico compito
VII.
“Che disgregazione sia!”
Ma quando ascoltasti quella nota…
dov’è ora per te Claudia?
Come ti prese la vita
il tuo sorriso ha seguito non le tue idee
ma il tuo sapere il non senso
– “Perché mi trovo solo… anche ora a ricordare questi attimi?”
Risposte che stettero nel maledetto mondo
che tutti attraversammo. Il discernimento
come alambicchi di stravolti alchimisti.
Così non si fonderà anche la mia
definitiva solitudine, “sta scritto”,
nel tuo sposarti non sposarti
nel nostro incedere silente e non funebre.
Nel viso che riportasti a casa
e che non vidi quasi mai
VIII.
Altri giorni leggeri sopra i frassini
posati come cuscini i pensieri
Le nuvole, in una luce non più di qualche stagione
Così avanzando il tempo
e una betulla ricoperta come d’edera
che le verdi spore ora dicevano
di un aspetto conservativo oppure no?
Mossi da una luce non tersa
i passi ancora avanti cercando
nel porfido qualche increspatura
che mi riportasse a significato
il ricordo di mille attraversamenti
con i miei affetti dentro
E il tempo invece
grande ingannatore che non dava soste
o risparmi ma solo un giro
a confermare l’otium
non senechiano ma ora solo vuoto
che a simulacri rotti
e a vita non militaris est
solo ci dicevano quanto
ancora dobbiamo considerare
il superfluo di tutto
Giri alle campagne fredde
Non molta voglia di vedere niente
Appena un rumore di traffico
subito un’allerta di irrigidimento
di sbaglio di tempo
di ossessione fotografica nulla
E il chiedersi cosa è stato
che è corso così rapidamente
prima di un altro squillo
non di trombe trionfanti
ma di telefono in una blandizie
Generalizzati i colori
E poi tornando via ancora dagli ocra, i rossi
i lapislazzuli, le bifore rifatte o no
Venivamo via dal mondo
e ciò che ne rimane
come di un non più visto
(le belle antiche querce, i faggi)
che di industrioso oltre l’archeologico
e quello spirito mai sopito operaio
e non ancora politico
chissà se fecero poi sognare
ancora qualcuno
Come un mito infantile
Una… pervicace-coscienza-del-tutto-cangiante
ancora accanto a qualche scescia,
un kumparan, certamente oggi già veri
IX.
Ricordo Valentina
un’estate zero zero
salita la curva della contarina
superate le rugiade nascoste
le serpi e le ciclovie.
Che non-ridere, lavoravo anche allora
via in motorino fine turno
che imbracciata la mia musa
gli amici mi dissero: “Vogliono vederti”
“Ma chi?” – “Le due ragazze D. Molly”
“Ma perché?”. Insomma andai,
e Vale mi tenne un discorso
due o tre anni più matura
e mi fece poi vedere La maschera di ferro
Ma cosa c’entravo?
Non ero così in forma
Entravo nell’introverso
ma mi avevano riconosciuto.
Nella penombra, nello stare: appartato
E così parlammo tutto il pomeriggio
che gli altri aspettavano
il mio accordo. La Vale e la Sere
bellissime acque di rugiada
in un pomeriggio qualsiasi
di estate morbida non a valle
ma lassù stranamente
per i pendii non era tesa l’aria.
Non potevamo certo stare insieme
Me lo insegnò così per prima
X.
Vorrei che la notte più non fosse la stessa
un Euripide slavato, una Medea attonita
Ambra, a cosa valse non il nostro incontro
ma tutto il successivo
Un non detto mentre più
era vero l’avvicinamento nostro
sempre di più, come schegge del tempo
rimaste fossili al mutevole
Un sentore di ribes
una catenina leggera
un taglio sfrangiato
e tutto l’essere che usciva
come da un altro mondo
Il Venezuela di Maduro, una ballerina di Wenders
sentori di placenta ancora senza nome
ovattati che poi dovettero rimanere
senza un bacio, che fu solo sfiorato
una carezza, che fu solo data in un attimo
non distratto ma fugace
E ancora una volta rimasi inerme
non dalla vicenda, dagli errori dopo,
dal volersi scolpire, dai traumi che mi allontanarono,
ma dalla poesia come di agnelli
che fummo, in quei circoli
in cui la sera con giacche di pelle
e occhiali scuri, per la prima volta ci guardammo.
Quella foto di H. non falsa
e non reale, sul solito giornale
Un Trintignant voltatosi all’ennesima stazione
dopo il giro di boa del ciclo umano
che sempre solitamente – avvenne al matrimonio
deve stabilire le sue gerarchie
Un leader carismatico solo
dall’altra parte della barricata
e non un sapore post-Moro
che non sappiamo più essere liberi
così in realtà noi invece ci incontrammo
e conoscemmo
XI.
Solo devo trovare un’altra forma
in cui inserire l’esperienza mia
ora che pare finita, svanita nel giorno.
Così il nostro andare di oggi
tra mille lavori e pensieri
il Pirandello dei crociani
nei racconti tutto il giusto
e nel teatro solo il restante.
Era tutta visione sbagliata,
opera piena di trame era un laboratorio
dove poi all’occasione
che tardi arrivò per caso – come tutte le cose,
ci si costruiva quello che serviva.
O ancora il Maffei del maestro
tutto giusto fin lì…
poi le spume del barocco
il provinciale che risputa il contrario
come modo di fare
nell’umorismo e nelle pose
celate, come compendio di lingua
che mai si osservò bene
Perché bisognava rifare uno storicismo
anche dopo la guerra
per la nostra nazione.
Come adesso, ma tolta quella spinta
che ancora era passione
di discutere le idee
così ora torno, aspettando di riprendere una qualche
parvenza e finita anche la spinta della mia (?)
generazione perduta,
occupandomi del vuoto
ma con molta più disinvoltura
Tra queste quattro mura
si tolgon e rivernician fondamenti
Ora più non ho paura
dei precetti che sbagliati furon messi
su s’accorda l’anima
a una tonalità da prime fasi
mattoni/ tramezzi/ intonachino
E rimane leggera ora l’ansia
del non sapere ancora
XII.
Padova era un martirio da dentro
salivo sul treno la domenica sera
tutta gente uscita dal sabato prima
faceva sessanta chilometri
ed era di nuovo come a casa
Adesso sono passati vent’anni
a un giro di ore di permesso
continuando a fare tutti i lavori
incontri casuali di Ale e Albe.
Troppo in gamba, amici di sempre
ognuno ha tirato su famiglia
E invece cosa ne è degli altri
sordidi rituali e amicizie
perse nel torbido
Un rimescolamento dove conta solo
anche dall’altra parte essere coppie essere maturi
e che dire di chi l’aveva vista almeno
quindici anni prima e non c’era nessuno
a svegliarli che era così, che sarebbe andata,
tutto anche il contrario vissuto all’osmosi.
Ma ricordo Ale un giorno
qualsiasi di inizio gennaio
dopo che avevo visto Albe
al terzo, dopo i gemelli
che ci incrociammo per caso
per i saldi e non ci sfiorammo
mi bastò uno sguardo
per sapere poi dell’amicizia
XIII.
Quelle autostrade che dovevano andare a Giove
e a Saturno con i nomi tutti sbagliati sui riflessi
di qualche città famosa, Londra Berlino Pittsburgh
cosa sono ora, se non un avanti e indietro affettivo
un passaggio con altri
un ricordo lontano, di pochi anni soltanto
Da Brendola a Soave
e dire che tutti hanno letto Shakespeare
lì a Montecchio, in un’auto
sul sedile posteriore
tutta la pianura si apre scorrendo
come sale alla luce del mattino
Brilla un non so cosa
forse cosa rimane del sogno?
No la presenza oltre tutte
le illusioni che queste traiettorie
hanno disegnato per noi
fin dalla nascita e così ancor oggi
aspettando un uchikake
O un sarafan
Erano piste di decollo
di longitudine per il Brennero
E su in Germania o Svezia
Oppure dritte, con una Milano sotto
volando verso il sogno americano
E ora tutto è quiete, la gente lontana
qualche cassonetto antropologico
sozial ultime frammentazioni
E invece morandianamente
a guardarle sempre, anno dopo anno,
corsa dopo corsa, queste cose
diventano silenzi
che mai ci siamo detti
Un circuito di Papez
un’amigdala, un mistero da cui
scavando con uno scalpello
si può attraversare una montagna
un mondo, una vita
Realtà di penna stessa
dove la realtà è realtà
se lo decidiamo ancora
queste cose diventano “i silenzi
che mai ci siamo detti”
Cè talmente poco
ancora da dire
che saltano ora dal mistero alle equazioni
della meta-mente come blocchi
di esperienze da sistemare
senza più ragnatela dello scrivere
che possa dispiegare qualcosa
Che di terzo o quarto grado
poi facilmente queste matematiche
ritornano al primo, o al secondo al massimo
come scrivere di:
Come un punto su un discorso
rimandandolo a mediocre
come se non fossimo esistiti
caduto il primato del dire
e che così è, ma molto più
nell’ampiamente del senso




Agli inizi del 2000, in quel periodo sperimentavo le prime forme di scrittura, cercando già di rompere con le ritmiche tradizionali, serializzate oramai in mille pubblicazioni tutte uguali e insapore, riprendendo il gusto della buona lettura.
Dal romanzo sperimentale, all’opera teatrale in musica derivata dalle vecchie slapstick del muto.
Molta parte è inedita e spero di riprenderla in mano e ripubblicarla.
Eucardio (2005, pubblicato per sito universitario bolognese, gruppo di ricerca, fratellanza/amicizia e rottura, in fase di recupero e restauro)
Come dice il titolo del romanzo sperimentale, un uomo di buon cuore si trova a fare delle ricerche sui suoi genitori, da sempre per lui degli sconosciuti dati per dispersi. L’uomo è animato dalla fede, e alla fine s’imbatterà in una verità che potrebbe risuonare come una Lettera scarlatta, con la messa in discussione delle sue stesse credenze, o una visione più ampia.
Si trattava di dare anima a una struttura retta tutta su quarte di copertina serializzate.
Ogni storia è in realtà quindi la sua sinossi, il suo riassunto.
Il lettore può leggere delle pagine a caso, oppure scoprire il finale della storia mettendo assieme tutti i pezzi.
Amerigi. Vita Longa (2010, inedito, in fase di recupero e restauro)
Un romanzo sperimentale con una struttura più fedele alla prosa tradizionale, guidata pagina dopo pagina dalla ricerca di quest’uomo che ha appena perso la moglie, e che parte per una strana avventura.
Le abitudini e ciò che riteneva valori vengono anche qui messi in discussione dal fatto di trovare in un luogo nuovo la riproduzione malvagia e inafferrabile di tutte le dinamiche di tutte le città umane.
In realtà il decorso della storia ha un effetto allucinatorio – le strade coi bugnati alti rivestiti per le inondazioni, in cui si amplifica il rumore di tutti i discorsi inutili -, come un climax ascendente fino ad uno strano rinvenimento che potrebbe essere una metafora della presunzione – arte come esperienza filtrata ma falsificata – oppure la causa vera della macchinazione dietro gli strani eventi cittadini.
La prosa piana si rifà alla miglior tradizione narrativa dei poeti e degli scrittori fuori dai canoni dei filoni, che seguono la luce cangiante e chiara del raccontare, filtrata senza stilismo, ma con grande maestria invero sotto la superficie e grande veduta e ricerca.
Questo omaggio, dagli americani Hawthorne e Poe, a Mann, a Chiara e tanti altri, segue poi una sperimentazione per andare verso una sorta di analisi psicologica interna dove chiarezza e deformazione/grottesco convivono in maniera straniante come oggi nel mondo.
Tra le estati del 2004 e del 2006, partendo dall’ultima, immaginai la vita di questo impiegato a episodi tragicomici che esce da un turno sfiancante di lavoro (come oggi che si fanno i doppi, tripli lavori fino a notte), in cui deve azionare un macchinario con la forza meccanica del suo stesso corpo, girare su una ruota come uno schiavo, azionando tutta l’elettricità per la città sopra.
A fine turno, non avendo più materia grigia va quindi una sera a ballare con le ultime energie rimaste.
Qua sviene dalla fatica, mentre tutti attorno ridono e basta.
Uno tra la folla, volendo fare lo splendido, gli ruba i pantaloni, strusciandoli a poco a poco di sopra a sotto senza farsi sentire dal malmesso (qua partiva una ballata jazz che spiegava tutta l’indifferenza, con emotività alle stelle, e col charlie che in pochi rintocchi di pedale mimava il furto).
Il nostro, chiamato allora Ezio, che poi invece ricordai come Pec, gioco di parole con Oh Pec-OPEC, risvegliatosi vaga a questo punto per la città di notte rientrando a casa, senza accorgersi che è senza pantaloni, intontito completamente.
La polizia lo nota immancabilmente, e inizia a seguirlo lentamente a passo d’uomo.
Ezio, Pec, è immerso nei suoi pensieri e piano piano inizia a sospettare di aver combinato qualche guaio, fino all’inevitabile fuga, con la rincorsa della volante.
Pec viene messo dietro le sbarre, gli viene dato un potente sedativo, e inizia a immaginare marzipan bars e lisergiche meta-cognizioni cangianti come ice cream/a scream.
A questo punto la famiglia va a trovarlo ma il poveretto è stramazzato e risulta clinicamente morto dalla paura. Gli organizzano un funerale, e nei giorni di questi ultimi fatti (brano 12), Ezio Pec si risveglia improvvisamente dalla sala dove è appena stato spostato e stordito esce tranquillamente andando stavolta davvero verso casa.
Che ore sono? Come in un Fuori Orario, non c’è tempo per pensare a cosa diavolo è successo, ignaro di tutto. E così via di nuovo a saltare sulla sua bicicletta per andare al lavoro.
Passando accanto al cimitero scorge i suoi parenti in attesa di un epilogo che invece è la ciclicità stessa della comedia umana.
L’opera doveva essere tutta registrata dopo Forgive me rain come traccia nascosta alla ballad commerciale. Più tardi appunto pensai al titolo Oh Pec, con la voce narrante di tutto questo canovaccio come una meta opera a svolgersi, un Otto e ½, e integrando gli episodi con nuove canzoni, come una crociera andata a male con la fidanzata ai Caraibi in cui succedono altri pasticci keatoniani stile The Navigator, oppure un suo compleanno in cui di nuovo nessuno lo riconosce perché si è tolto i baffi, e così rischia di nuovo di ripetere tutta l’odissea di malintesi di Oh Pec.
Ad ogni brano c’era un gioco di parole, come Ingabbia la mia raggia/ In gabbia la mia rabbia, Il faisat froid/ Freud, Desire, just an ice cream/ is just a scream.
L’ultimo brano, Mon petite velo, è pieno di questi rimandi, e per anni mi sono venute in mente mille varianti, tanto che oggi dell’opera ho un’idea modificata, anche negli accordi, senza però stravolgere il ricordo.
Registrammo una versione demo del lavoro complessivo.
All’epoca, non esisteva nulla come oggi. Lo facemmo completamente da soli senza chiedere a nessuno, e utilizzammo così quella sorta di demo per sentire anche altri pareri di amici o rifletterci sopra.
Ci venne fornita una commissione per suonare l’opera nel perfetto scenario della Fabbrica Alta scledense, ma per rodare le canzoni facemmo prima alcuni concerti, molto belli e pieni di gente nei locali limitrofi. Poi tutto si arenò, troppa tossicità e contrasti e vita ancora da fare a vent’anni.
Avremmo dovuto registare tutto in maniera indipendente e poi fare un allegato per un giornale altrettanto indipendente locale, una sorta di fanzine prima del loro rilancio.
I testi spaziavano dall’inglese al francese, con un rimando alla commercializzazione delle lingue.
Per prepararmi andai a lezione di solfeggio per batteria. Dovevo fare quella parte lì, oltre che l’autore. Infatti dopo mi rimase sempre la scansione in testa delle metriche anche dei testi, che infatti ricordo meglio così – sul Fa e il Do – che non su spartito integrale. Mi aiuta a memorizzare meglio e tenere a mente anche per lunghissimi anni piccole idee.
(Musiche assieme a D.G.)
Il nostro era un tentativo di mettere assieme tutti i generi, dal jazz, al blues, al pop, al rock demenziale, al teatro canzone, senza più vederli come entità distinte e separate.
Ma questo con al centro la musica. La composizione doveva parlare da sola, eravamo stufi dei cantautori che non sanno scrivere niente.
Ad esempio la title track Forgive me rain, rimandava alle luci e ombre delle bombe e delle ideologie nuove sempre pronte (Forgive me rain/ if I ask for you too late/ I’m tired please and wash the world away/ Forgiving sun/ watching from the sky/ the new lights… of bombs/ Forgive us time/ if we exchange the day light/ the night is white for fight/ the day’s black in people’s eyes/ blind so close ashine.), dell’autodistruttività dell’essere umano, con un rimando agli equivoci dopo della storia, ma anche con un grande senso di autoanalisi. I giochi di parole erano permeati da scatti di humor ma tante volte da una sottile malinconia.
Volevamo descrivere come stavamo, all’alba del 2000, con tutto quello che già di violento era accaduto, il contatto col mondo sacro millenaristico che veniva ad assotigliarsi, il peso di sentire in anticipo rispetto ad altri di anni diversi cose che sarebbero poi accadute puntualmente, come il disfacimento dei valori, della dignità del lavoro e i giochi economici globali.
Erano prime composizioni semplici, ispirate dal gusto dei nostri ascolti, che però dopo sarebbero, almeno per me, cresciute molto di più, portando ad altre strade plastiche più ampie.
La memoria mi porta appunto sempre a modificarle, limarle o ottenere una tonalità leggermente diversa, perché effettivamente quel lavoro non era ancora chiuso.
Oggi quando sono in regia, devo avere tutto in testa da un bel po’ per ragionare a una certa velocità.
Spero di non alterarne così il senso profondo, perché è rimasta per me l’ideazione condivisa – a soli vent’anni – di un mondo meraviglioso, che già raccontava quasi tutto di quello che sta accadendo.
Titolo: Oh Pec, bozza 2004-2024, ultima revisione 2024
Musiche di D.G. e G.R.
*i brani aggiunti oltre ai dieci in scaletta vennero provati con altra formazione, altezza 2010-11
1. Forgive me rain
*versione trasposta in italiano da originale inglese, 2007-2008
Forgive Us
Pioggia perdonami
se chiedo di te troppo tardi,
sono stanco, ti prego,
lava via il mondo.
Un sole clemente,
guarda ora dal cielo
a una nuova luce,
quella delle bombe.
Perdonaci tempo
se invertiamo la luce del giorno.
La notte chiara per i combattimenti,
il giorno buio negli occhi della gente,
ciechi, troppo vicini alla luce.
2. VOCE NARRANTE 1: “Iniziava così il disco nascosto… rumore di pioggia e tuoni… pausa un minuto… i rumori esterni si confondono via via con il rumore di macchinari… ha inizio la storia”
“Dopo la rottura con la fidanzata, proprio durante un viaggio preliminare a una futura luna di miele, Ezio Sgorgo torna a casa e trova un lavoro assai strano, azionare il macchinario di un magnate della nuova industria per far funzionare la città in piena crisi”.
(Rumore pioggia, tuoni e rumori)
3. Oroscopi favorevoli
4. I Sali
5. Profumo
6. Mica m’hai detto (L’animatore)
(Ritornano i fulmini e il rumore di macchinari…) —> flashback e flashforward senza ordine lineare
7. Ep. 1 A little lemon
*versione mista originale 2004-2024
Trovato ho un piccolo limone
He told me ‘bout the world upside
Viveva in un lemon tree
But now he has to work in drinks
Quando premo start
e la mia machine runs
su può vivere anche un bar
below the stars
So i pedal my dear
‘cause the dish machine
can’t work alone
And I pedal for years
the electricity costs more and more
And to my boss that’s wrong
L’elemento era magia
Sfuggiva all’allegria (sfuggiva l’allegria)
L’AI (lei) sempre on my back
La gente in armonia
Sotto turni di follia
Working class di cortesia
Quando premo start
e la mia machine runs
su può vivere anche un bar
below the stars
So i pedal my dear
‘cause the dish machine
can’t work alone
And I pedal for years
the electricity… more and more
And to my boss that’s unlikely
Unfortunately… for me
*versione trasposizione più fedele in italiano dall’inglese, 2007-2008
Storia di un tale che lavora sotto un disco-bar
Ho trovato un piccolo limone
che mi ha parlato del mondo su di sopra:
lui viveva sugli alberi
ma ora è costretto a lavorare nei drink.
Quando premo lo “start”
e i miei macchinari circolano
sopra può vivere un bar
sotto le stelle
Così pedalo mio tesoro
perché la lavapiatti mica funziona da sola
e pedalo ormai da un anno
l’elettricità costa sempre di più
(e il mio capo pensa non sia giusto)
Così se il tuo bicchiere è pulito,
o magari il toast che stai mangiando è caldo,
o se la tua pipì sparisce
per favore manda un grazie qui giù, da me
Quando mi sento così stanco
io continuo a darci dentro
così che tu possa ballare
sotto le lampade luminose
Così pedalo mio tesoro
perché la lavapiatti mica funziona da sola
e pedalo ormai da un anno
l’elettricità costa sempre di più
(e al mio capo ciò non piace…
sfortunatamente…
per me!)
8. VOCE NARRANTE 2: “Sfinito dal lavoro, mentre la città sopra si diverte, Ezio esce per distrarsi ed entra in un locale dove tutti stanno ballando. Dopo aver bevuto un drink ed essersi accorto che anche quello lo avevano azionato automaticamente le macchine da lui stesso comandate, si scrolla di dosso i malumori e si getta nella mischia.
Dopo poco, cade a terra sfinito, mentre qualcuno ne approfitta per sfilargli i pantaloni acquistati per il viaggio di nozze”.
9.. Ep.2 (montata più rapidamente, versione un paio di minuti) Toda la noche bailar (Danzo)
Yo bailo
tutta la notte stanco
Cansado, toda la noche
Yo bailo
Bebiendo
los esfuerzos de mi dia
Bailo
Stanco
…
(Ran_to_lo)
*versione 2007-2008
Storia di un tale che balla tanto da perdere i sensi
Danzo tutta la notte stanco
Tu al mio fianco
ma… sono innamorato
Stanco tutta la notte canto
Tu al mio fianco
ma… sono innamorato
Canto tutta la notte salto
Tu al mio fianco
ma… sono innamorato
E salto
in alto
E alto
E stanco
E danzo
E stanco
canto
Ran-to-lo.
10. Ep.3 strum (1), il charlie simula l’atto del rubare i pantaloni
Storia di un tale che, svenuto, viene derubato dei pantaloni
11. VOCE NARRANTE 3: “Ezio S. esce per strada in piena notte dopo essersi svegliato di soprassalto. Non si accorge però che è rimasto senza pantaloni. La polizia lo avvicina fino a rincorrerlo per la città”.
12. Ep. 4 Mon amour, mon ami et amour (Froid/Freud)
Mon amour, mon ami et amour
Au jour d’oui
Tout le monde et très jolie (tutti quanti molto carin)
Dans le rue
Faceva froid
Non più blues
C’ètait froid
E ora ma peau
Uh, le pantalon
Mes couvertures
D’un temp, ils ne sont plus bons
La police
il m’a regarde
Mais c’était vrai
c’était different froid
C’était froid
C’était Freud
*versione trasposta in italiano dal francese 2007-2008, dove la scena prevedeva poi una gamba che parlava all’altra
Storia di un tale che viene arrestato per oltraggio a pubblico pudore
Amore mio, amica mia e amore
oggi tutto il mondo era felice,
per le strade faceva freddo
ma tutti quanti impazzivano per me
solo la polizia non sorrideva
erano freddi, era freddo
Amico mio, amico mio e buon figlio
io sono tua madre e provo soltanto Amore materno
per le strade non è che facesse freddo,
è che le tue gambe eran nude, svegliati!
Dove hai la testa? Dove i tuoi pantaloni?
Erano freddi?! Era Freddo?!
Fratello incantevole
come in uno specchio vedo me stesso
per le strade soffrivamo il freddo
e le altre gambe ti sfottevano…
…no, sfottevano te…
…no, te…
…te!…
…ho detto te…
…TE!…
…TE!…
…TE!…TE!…TE!…TE!…TE!…
13. VOCE NARRANTE 4: “Ezio viene quindi condotto in Caserma dove è costretto a passare la notte”.
14. Ep. 5 Cages, Marzipan bars
It’a funny summertime, my dear
rainy days again drawn cages
Sleep under the neon light
and please dream
sugar cells and marzipan bars
The boogie man don’t be in time
Desire… is just a scream
Desire… just an ice cream
*versione trasposta in italiano dall’inglese 2007-2008
Storia di un tale che non riesce a prender sonno perchè disperato
É una buffa estate
tesoro mio,
ancora giorni piovosi
che disegnano gabbie.
Dormi, sotto la luce dei neon
e ti prego di sognare
una cella fatta di zucchero e
sbarre di marzapane
Desidera… solo… Gelati
Nessuno ti sentirà gridare
nella pioggia
ma se arriva l’ uomo-nero
non aver paura.
Non ti preoccupare, non farlo
è solo un’ ombra
Non ti preoccupare, non farlo
è solo un sogno
E desiderare… è solo un grido
15. Ep. 6 Ingabbia
E sono qui che
ricambio il sorriso allo specchio
da un letto fradicio di me
Asciugo il veleno e la solitudine
evaporo sul mondo
Dove calpesti i miei resti, piove
Ingabbia la mia rabbia
ho preso il volo, coloro il cielo
In gabbia la mia rabbia
coloro coloro che non mi han visto mai
ridevano solo
*versione originale riscritta 2007-2008
Storia allucinata di un tale sedatosi in una notte di pioggia
Sono qui che
ricambio il sorriso allo specchio
da un letto
fradicio di me
Asciugo il veleno e la solitudine
evaporo sul mondo
dove calpesti i miei resti
piove…
Ingabbia la mia rabbia
ho preso il volo, coloro il cielo
In gabbia la mia rabbia
coloro coloro che non mi han visto mai
(ridevano solo)
Mi sveglia
la calma dopo la tempesta
ancora qui
senza voglia di me
lavato via dal cielo
posato in un corpo già pieno
stretto strido non m’infilo
e non provo
In gabbia la mia rabbia
ho perso il volo tradito da solo
Ingabbia la mia rabbia
ho perso il volo, costretto al suolo
16. VOCE NARRANTE 5: “Colpito da tutte queste situazioni disgraziate ed equivoci si fa portare un farmaco per calmarsi e addormentarsi”.
17. Me e te
18. VOCE NARRANTE 6: “Ezio cade in uno stato lisergico prodotto da una errata somministrazione, dove crede di essere morto”.
19. Ep.7 Strum (2)
20. Ep.8 The Island (versione veloce 1 minuto), dove ritorna il tono comico, dato che Ezio si crede nell’aldilà con i suoi idoli (ampliare nomi personaggi famosi in tono umoristico)
21. VOCE NARRANTE 7: “La madre di Ezio va a trovarlo in carcere, e tutti lo credono clinicamente morto. Viene quindi organizzato il suo funerale.
Ezio invece, una volta andati via tutti, si risveglia. Esce in strada senza essere notato e ritorna al lavoro, dimenticandosi quanto accaduto.
Per strada sorride, pensando che in fondo E., il suo amore di gioventù, lo abbia tirato fuori dai guai dei suoi malumori nonostante tutto, e che la realtà sia solo un brutto sogno.
Intanto più in là, numerose persone incuriosite iniziano a recarsi al suo funerale, che sembra sempre più assumere i contorni di una metafora rovesciata”.
22. Ep. 9 Mon petite velo
Les sons sur le vitraux,
sur monorail
metre stresse, je vroix
Oh merde
Dans le rue, les limousine
Maman Oui, comme cette cuisine
Et le jolies, les riserve, ma conduit,
les trabajer
Mon petite terreur c’est les trafique
mais mon petit velo c’est le meilleur
Zig zag dans le rue
commse tout le jour
Il man comme plus
*trasposizione in italiano dal francese 2007-2008
Storia del tale che, ignaro di aver dormito una settimana, si reca al lavoro
Sul mio cuscino ci sono fiori e profumi
assieme ai miei capelli stressati, merda!
Giù in strada c’è una limousine
e la mamma ride di là in cucina,
è felice, l’ha prenotata
perché mi conduca al lavoro?
ma…
il mio piccolo terrore è il traffico
ma la mia piccola bici
è la migliore
a zig-zag per le strade
a zig-zag come i giorni
sì, perché oggi non è il 6
“Scusi, quanti ne abbiamo oggi?”
“Oggi è il 12”
Grazie mille signor gendarme
Ah, la prego, dia un’ occhiata a mia madre
perché c’è un tipo vestito di nero
che ho paura possa farle del male,
così come i miei incubi di questa notte
che m’ han fatto sudare
e m’ han lasciato una fifa…
e…
il mio piccolo terrore
è la mezzanotte
ma la mia piccola bici
è la migliore
tutto il nero diventa luce
tutte le mie paure sono spacciate
non avremo più…
altri incontri
(…campane…) —> nozze o funerale o rintocchi di un’ora qualsiasi, sospensione e fine


Questa operetta la composi sui vent’anni, quando cercavo di studiare le metriche tradizionali per cercare altre forme di movimento del ritmo interno.
Ovviamente venni preso in giro, però la ruota gira, e tutto ha un senso, come ci vedo adesso.
Era un tentativo ancora prima di riprodurre a memoria le forme delle letture di sperimentare su una griglia con gli accenti.
Mi aveva un sacco affascinato all’Università la scoperta dei primi ritmi, prime forme di volgare italiano in pochi frammenti con una struttura di ottonari, novenari o decasillabi, a volte uscenti in una rima baciata sui primi endecasillabi.
I temi erano quelli che uscivano dall’epica, e sembravano prendere un respiro quotidiano di descrizione dei fatti storici.
Andavo in giro allora tenendo un taccuino e facendo esperimenti su queste metriche.
Raramente facevo leggere qualcosa a qualcuno, anche perché, come tante volte ho fatto anche dopo, si trattava di andare alla ricerca di forme. Non mi importava creare una mostra di mie belle storie.
Crescendo, poi sarà per me lo studio dell’impaginazione delle pale d’altare e dell’architettura europea ad aprirmi la testa su tutto. Questo gusto e questa mescolanza culturale, e imparare a tenere a mente le strutture hanno fatto il resto.
VIXI quindi è un numero inventato, che si legge come il passato del verbo vivere in latino.
A volte sono andato oltre l’accentazione per avere un po’ di libertà, ma in maniera molto sottile.
La concettualizzazione del ritrovamento dei frammenti è una presa in giro invece dell’intellettualismo estetico tra la gente che si frequentava allora.
Erano, almeno per quanto mi riguarda, i primi passi per rompere appunto il rimo da dentro una struttura, e creare un qualcosa che avesse un’orecchiabilità e un piacere della lettura ritrovati e non spenti nella ricopiatura delle solite cose e sei soliti temi.
D’ogni libro resta viva
la poesia di cui mai si scriva
Le bandiere d’acqua schiva
orsù una tristezza gualiva
L’orizzonte con sé a riva
trascina un’onda oggi tardiva
E alla casa del poeta perduta
giunge in ricordo [una marina muta]
Q[ua]ndo pelle stelle è sera
e s’alza il sole a[l]la scogliera
sopr[a] genti di brughiera
s’accendon gr[a]ndi ombre a ragg[i]era
Pariam f[o]rmiche con pesi giganti
insostenibili p[e]r occhi aitanti
Quante età sono vis[s]ute
in sassi entro s[a]bbie sparute
quali nubi s[o]n cadute
per f[o]rze di mani oggi ossute
Mille volte su mille eran rose
e api le paure più pericolose
R[i]mb[a]lz[a]ndo i sassi attorno
in stagni cadranno col g[io]rno
M[a] un ricordo em[e]rge adorno e
dorate le pietre al tramonto
vecchio e giovane c[o]m[e] l’amore
l’augel che traccia sorrisi alle aurore
S[o]n le nuvole alte ronde
cui il sole p[e]r primo s’infonde
cicatrici un tempo fronde
che un’altra p[io]ggia ora confonde
Il sentiero d[a]l m[a]re alle lune
di giorno è [u]n vuoto alla paura immune
Tre l[e] foglie morte in m[a]no
e c’è lì davver dello strano
q[ua]le il s[e]nso appare invano
N[e]l cuore un silenzio d[’]arcano
Quelle laggiù strapp[a]te al tepore
s[o]l[o] s’un ramo mutavan col[o]re
Vita in volto a bimbi offesi
il riso e il pianto fraintesi
le ombre là gli scogli lesi
li veston di smorfie d’ arresi
L’aquilone dietro case lontano
n[o]n mostra padrone che un moto vano
Silenziosi i desideri
d[i] paesi in preghiera oggi e ieri
pu[o]i vederci accender ceri
in quei d[a]di f[e]rmi in sentieri
È sa[p]ere suoni di campane entrar
e in inganno fin[e]stre chiuse trar
Pr[o]prio mai visto q[ue]l posto
che sia senza piogge e sen[z]a mosto
s[e]nza un dorso ben disposto a
guardarci le stelle d’ agosto
p[e]rché un cieco sa benissimo q[ua]ndo
è sve[gl]io e quando invece va sognando
S[u]lle fo[gl]ie ha piovuto
l’ ult[i]mo sole canuto
ora il fredd[o] sc[a]lda in aiuto
le prime em[o]zioni al cocciuto
e in mezzo a tutto questo ancora un fiore
che non ha che del veleno il colore
Fiori copr[o]n[o] il profumo
passato confusi i[n] un grumo
e nuvol[e] che per fumo
si scambiano senza ombra di humo[u]r
m[a] [i]l c[o]l[o]re del mar la notte credo
non [h]a il colore della notte… credo
C[i] s[o]n foglie che anc[h]e s[e]nza
s[i] stacc[a]n e mostran movenza
e anche lacrime in assenza
d’incendi [ch]e c’hanno parvenza
Ci son stelle che riescon a brillare
e che n[o]n c’ han bisogn[o] d’illuminare
Piove [i]n c[u]ore la dolcezza
d[e]i venti che bussan la mezza
E che trovano carezza
pi[ù] in muri che in porte di pezza
c[o]m[e] madre che conosca l’albore
anni e anni dal suo giorno d’ am[o]r[e]
Si[l]enziosa e chiara l’onda
ritira le spiagg[i]e alla sponda
quelle or sibilano e gronda
la paura che mai poi affonda
la vela g[o]nfia che risalga lungo il mare
non sa più nè salire né calare
Col colore del (suo) prato
rimasta a cader sul selciato
t[u]tt[o] un bianco manto orn[a]to
Ahm[ ]è in paradiso è rinato?
No è una radice – pardon gli occhiali –
scambiato p[e]r [u]n fiore s[e]nza più petali
Si fa[ ]cenere l’ombra alla
riviera tra i falò e farfalla
poi, e la cera sciolta a palla
vi trova candela ancor gialla
Con sé porta il sapo[r]e del mare
un soffio anche a chi non sa nuota[r]e
Il gabbiano che volte[gg]ia
du[e] piume a specc[h]ietto maneggia
nel ci[e]lo un tuono tronegg[ia]
ma il lampo si è perso e sol aleggia
Gli sguardi son detenuti/e[/]vasori
come il ciel che sia impigliato tra gli al[l][o][r]i